Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Airali

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: 1 Corinzi 14,1-3. 20-25

Perseguite l'amore e cercate con cura i doni spirituali, soprattutto per profetizzare. Colui che parla in lingue non parla alle persone, ma a Dio; nessuno infatti comprende, ma lo Spirito proferisce misteri. Chi profetizza, invece, parla a delle persone, edificando, esortando, consolando. Fratelli, non ragionate da bambini, ma siate innocenti come fanciulli nei confronti del male. Quanto al ragionare, siate adulti. Nella legge è scritto: «Con persone che parlano altre lingue e con labbra di altri parlerò a questo popolo e neppure così mi presteranno attenzione». Così dice il Signore. Perciò le lingue sono un segno non per i credenti, ma per i non credenti. La profezia, invece, non è per i non credenti, ma per i credenti. Se, dunque, tutta la chiesa si raduna nel medesimo luogo e tutti parlano in lingue, se entrano dei semplici uditori o non credenti, non diranno che siete impazziti? Se tutti profetizzano ed entra un non credente o una persona in ricerca, è convinto da tutti, ed è da tutti esaminato. Le cose nascoste del suo cuore diventano evidenti  e così, cadendo faccia a terra, adorerà Dio, dichiarando: «Dio è veramente tra voi».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, talvolta accade che, pensando alla volontà di Dio, crediamo che essa sia esattamente diversa o addirittura contraria a ciò che desideriamo o a ciò che speriamo.

L’apostolo Paolo riflette sul problema della volontà di Dio e pone le basi affinché impariamo a maturare nel fare le scelte della nostra vita legate alla Parola di Dio, al Vangelo di Gesù Cristo.

L’apostolo spiega, al capitolo 12 di questa prima lettera ai Corinzi, che i credenti ricevono una grande varietà di doni da Signore e conclude affermando che ciascuno di noi riceve un dono da Dio affinché la chiesa sia edificata.

Sembra proprio che i padri costituenti della Costituzione italiana avessero le parole dell’Apostolo quando scrissero l’articolo 4 che recita così:

«Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società».

La nostra costituzione usa il termine “svolgere un’attività”, mentre l’apostolo Paolo usa il termine “costruire”, costruire un edificio con il contributo di ognuno, attraverso la condivisione dei doni. Quando un dono non può essere condiviso – dice l’apostolo - quando edifica solo se stessi e non agli altri, allora, si pratichi quel dono nel proprio intimo.

Testo della predicazione: Efesini 1,3-14

«Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, oggi, prima domenica dopo Pentecoste, è la Domenica della Trinità, e il nostro lezionario “Un giorno, una Parola” propone questo testo, densissimo di contenuti e con una alta concentrazione teologica, non facile neppure agli «addetti ai lavori» soprattutto perché tratta diversi temi tutti legati da un filo rosso che è la grazia di Dio.

Innanzitutto, bisogna dire che il brano è un Inno e un capolavoro letterario che non teme paragoni con la letteratura greca antica; è un Inno che, invocando la benedizione del Signore, introduce, con una grande solennità, il tema della grazia infinita di Dio. È una solenne confessione di fede, un catechismo condensato che tocca tutti gli elementi essenziali della fede. È il minimo comune denominatore, irrinunciabile, della fede cristiana a cui tutti i credenti si rifanno.

I destinatari della lettera sono credenti cristiani di Efeso convertitesi dal paganesimo, essi sono invitati ad aprirsi al futuro contando sulla guida dello Spirito Santo. L’autore scrive in un’epoca in cui la chiesa non è per niente omogenea e dove diverse teologie e approcci teologici tenevano, spesso, i credenti lontani tra loro, in particolare cristiani giudei e cristiani provenienti dal paganesimo, la fraternità era spesso compromessa.

Il brano che oggi è alla nostra attenzione è il tentativo, ben riuscito, di promuovere l’unità della chiesa, di spiegare che, nonostante le diversità, tutti siamo uniti dalla unica grazia di Dio, proprio perché Cristo è morto per tutti e tutte.

Testo della predicazione: Atti 16,22-34

Presero Paolo e Sila e comandarono che fossero battuti con le verghe. E, dopo aver dato loro molte vergate, li cacciarono in prigione, comandando al carceriere di sorvegliarli attentamente. Ricevuto tale ordine, egli li rinchiuse nella parte più interna del carcere e mise dei ceppi ai loro piedi. Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano. A un tratto, vi fu un gran terremoto, la prigione fu scossa dalle fondamenta; e in quell'istante tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti si spezzarono. Il carceriere si svegliò e, vedute tutte le porte del carcere spalancate, sguainò la spada per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gli gridò ad alta voce: «Non farti del male, perché siamo tutti qui». Il carceriere, chiesto un lume, balzò dentro e, tutto tremante, si gettò ai piedi di Paolo e di Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che debbo fare per essere salvato?» Ed essi risposero: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia». Poi annunciarono la Parola del Signore a lui e a tutti quelli che erano in casa sua. Ed egli li prese con sé in quella stessa ora della notte, lavò le loro piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi. Poi li fece salire in casa sua, apparecchiò loro la tavola, e si rallegrava con tutta la sua famiglia, perché aveva creduto in Dio.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, vi sarà, senz’altro, capitato tante volte di trovarvi a pregare, senza neppure rendervene conto, a motivo di una sofferenza, un dolore, vostri o di altre persone che vi sono care. Accade tante volte che una gioia, una felicità per un evento che avete vissuto o per un pericolo scampato produca un profondo “Alleluia” dall’animaoppure un “grazie Signore”, o semplicemente un “sia ringraziato il cielo”. Sì, tante volte. Altre volte ci si trova a canticchiare piano o forte, una bella canzone o un inno che esprimono la nostra contentezza, e non ce ne accorgiamo neppure.

All’apostolo Paolo e al suo compagno missionario, Sila, era capitata, invece, una brutta avventura che non era destinata a risolversi facilmente. Erano in Macedonia, e Paolo aveva guarito una serva che aveva uno spirito indovino che procurava molti guadagni ai suoi padroni, così, a motivo di quella liberazione, la popolazione si era ribellata denunciandogli apostoli che sconvolgevano la città annunciando tradizioni e riti diversi da quelli consentiti. In realtà erano i loro guadagni che erano compromessi non la loro fede.

Così gli apostoli sono condotti in carcere, in catene e con ceppi ai piedi. Erano, cioè, pericolosi, potevano avere dei poteri con i quali liberarsi; meglio neutralizzare i loro poteri e rendere impossibile la loro liberazione.

Ma l’annuncio della Parola di Dio è l’annuncio della liberazione e non saranno i ceppi e le catene a rendere prigionieri i credenti.

Testo della predicazione: Luca 10,25-37

«Un dottore della legge si alzò per mettere Gesù alla prova, dicendo: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli rispose: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa' questo, e vivrai». Ma egli, volendosi giustificare, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù rispose: «Un tale scendeva da Gerusalemme a Gerico, e cadde nelle mani dei banditi. Essi lo spogliarono e, dopo averlo ferito, se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella stessa via e, avendolo visto, passò dall'altra parte. Così pure un levita, che si trovava in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Un samaritano in viaggio, invece, giunse fino a lui e, avendolo visto, ebbe compassione e, fattosi avanti, fasciò le sue ferite versandovi dell'olio e del vino. Dopo averlo caricato sulla sua cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo diede due denari al locandiere e disse: "Prenditi cura di lui; e quello che spenderai in più, io te lo renderò al mio ritorno". Quale dei tre pensi che sia stato il prossimo di colui che si è imbattuto nei ladroni?» Lui rispose: «Quello che gli ha dimostrato misericordia». Gesù gli disse: «Va', e comportati allo stesso modo».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la parabola del «buon Samaritano» nasce dall’esigenza della gente comune di capire quale fosse il comandamento più importante da seguire perché troppo difficile era diventato seguire ogni dettaglio della legge ebraica e le innumerevoli pratiche della tradizione.

Gesù spiega che “amare” significa adempiere tutta la legge, amare Dio e amare gli altri, cioè il prossimo. Da qui sorge l’altra domanda: «Chi è il mio prossimo?». Chi sono gli altri? Tutti quanti? Tutto il mondo? Anche i Romani oppressori? Anche gli esattori delle tasse? Anche i nemici?

Al tempo di Gesù il “prossimo” era una persona ap­partenente al popolo di Israele, le altre persone non erano considerate prossimo. Tra ebrei e samaritani vi era un odio profondo perché i due popoli rivendicavano, ciascuno, di essere il vero popolo di Dio. Un samaritano non si avvicinava, né parlava a un israelita e viceversa. Anche la donna samaritana al pozzo con Gesù si meraviglia dicendo: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una samaritana?». Gesù, come vedremo, apre orizzonti nuovi.

Per la Bibbia, l’amore è una realtà divina che irrompe nella nostra realtà umana: è un dono di Dio che ci rende capaci di amare gli altri, il prossimo. Dunque torniamo alla domanda: «Chi è il mio prossimo?». Gesù risponde che non lo è solo la persona della tua stessa religione, il tuo vicino di banco in chiesa, il tuo compatriota, ma lo è anche chi è straniero e abita nella tua città, ti è prossimo chi si trova nel bisogno, chi è debole, è colui che puoi aiutare; Gesù stesso si identifica con i minimi quando dice: «quanto avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, lo avete fatto a me».

Testo della predicazione: Geremia 32,6-15

Geremia disse: «La parola del Signore mi è stata rivolta in questi termini: "Ecco, Canameel, figlio di Sallum, tuo zio, viene da te per dirti: 'Còmprati il mio campo che è ad Anatot, poiché tu hai il diritto di riscatto per comprarlo'"». E Canameel, figlio di mio zio, venne da me, secondo la parola del Signore, nel cortile della prigione, e mi disse: «Ti prego, compra il mio campo che è ad Anatot, nel territorio di Beniamino; poiché tu hai il diritto di successione e il diritto di riscatto, compratelo!» Allora riconobbi che questa era parola del Signore. Io comprai da Canameel, figlio di mio zio, il campo che era ad Anatot, e gli pesai il denaro, diciassette sicli d'argento. Scrissi tutto questo in un documento, lo sigillai, chiamai i testimoni, e pesai il denaro nella bilancia. Poi presi l'atto d'acquisto, quello sigillato contenente i termini e le condizioni, e quello aperto, e consegnai l'atto di acquisto a Baruc, in presenza di mio cugino Canameel, in presenza dei testimoni che avevano sottoscritto l'atto d'acquisto, e in presenza di tutti i Giudei che sedevano nel cortile della prigione. Poi, davanti a loro, diedi quest'ordine a Baruc: «Così parla il Signore dell'universo e Dio d'Israele: "Prendi questi atti, l'atto d'acquisto, sia quello sigillato, sia quello aperto, e mettili in un vaso di terra, perché si conservino a lungo". Infatti, così parla il Signore dell'universo, Dio d'Israele: "Si compreranno ancora case, campi e vigne, in questo paese"».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questo brano tratta della compravendita di un terreno eseguita con tutte le norme e le procedure della legislazione giudaica. Ciò che sorprende in questa compravendita è che essa si situa alla vigilia di una catastrofe inevitabile, quella della deportazione in Babilonia del 587 a.C.

Infatti, Gerusalemme era ormai assediata dall’esercito del re Nabucodonosor e la città si sentiva ormai prossima all’occupazione e alla disfatta.

In questa situazione non ha alcun senso acquistare un terreno perché tutto è perduto, la compera non servirà a niente perché Israele lascerà quella terra, forse per sempre; ma il senso del gesto del profeta sta proprio nell’assurdità dell’acquisto.

Il profeta Geremia compie un atto profetico e ne dà una grande rilevanza. Non si tratta di parole e neppure di un atto simbolico, ma di un atto concreto, reale, giuridico che porta con sé tutto il futuro che Geremia vuole annunciare, un futuro che sta già anticipando con l’acquisto del terreno.

Questo atto impegna il profeta non solo economicamente, ma nella fede e nella speranza: il vaso di terracotta in cui il contratto sarà conservato è un pegno che Dio sancisce; ciò significa che il contratto non sarà logorato dal tempo perché ben conservato (la carta era fatta da semplici papiri che avevano breve durata) e neppure annientato dalla distruzione imminente di Gerusalemme.

Lunedì, 12 Marzo 2018 22:51

Sermone di domenica 11 marzo 2018

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Testo della predicazione: Filippesi 1,15-21

Vero è che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo; ma quelli annunziano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene. Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunziato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora; so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l'assistenza dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la lettera ai Filippesi è scritta dalla prigionia, l’apostolo Paolo è stato arrestato e incarcerato a Efeso perché predicava l’Evangelo di Gesù Cristo. E ora, egli scrive questa lettera per rassicurare la comunità di Filippi che lui stesso aveva fondato con la sua predicazione.

È stanco della prigionia e preferirebbe non soffrire più quei patimenti ingiusti, e dice che vorrebbe «partire ed essere con Cristo». Il termine «partire» significa letterarmente “tirar via i picchetti della tenda”“togliere gli ormeggi”“emigrare”. Questo desiderava Paolo. Forse, alla tristezza del carcere bisogna aggiungere la malattia dell’apostolo Paolo, quella che egli stesso chiama “una spina nella carne” per la quale ha chiesto la guarigione al Signore, per ben tre volte, e il Signore gli ha risposto «La mia grazia ti basta!».

Ma Paolo, anche in quella situazione di estrema fragilità, riesce a capire che Dio ha un progetto quello della divulgazione dell’Evangelo. Perciò l’apostolo, pur preferendo partire, riconosce che il suo rimanere, il suo restare in vita è più importante e necessario perché l’annuncio della grazia di Dio per l’umanità è un progetto che va portato avanti e non va interrotto.

L’apostolo, pur nella situazione difficile della prigionia, riesce a mettere a confronto le sue esigenze con la necessità dell’evangelo. È una lezione di grande umiltà che ci è donata e cioè quella di saper esprimere i propri desideri, essere consapevoli delle nostre aspettative e, allo stesso tempo, saper riconoscere quello che veramente conta, quello che più è importante per noi e per gli altri. Talvolta la Parola di Cristo va in conflitto con le nostre esigenze e là noi siamo chiamati a fare delle scelte.

Eppure, a un certo punto, l’apostolo si rallegra della sua prigionia perché essa è servita al progresso dell’Evangelo, cioè al suo allargamento, alla sua promozione. Forse perché dopo un’istruttoria in cui l’apostolo ha potuto spiegare in cosa consisteva la predicazione del Vangelo, sono cadute le calunnie su di lui, o forse perché anche in prigione ha potuto annunciare l’amore di Dio.

Testo della predicazione: II Corinzi 6,1-10

Come collaboratori di Dio, vi esortiamo a non ricevere la grazia di Dio invano; poiché egli dice: «Ti ho esaudito nel tempo favorevole, e ti ho soccorso nel giorno della salvezza». Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza! Noi non diamo nessun motivo di scandalo affinché il nostro servizio non sia biasimato; ma in ogni cosa raccomandiamo noi stessi come servitori di Dio, con grande costanza nelle afflizioni, nelle necessità, nelle angustie, nelle percosse, nelle prigionie, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, con conoscenza, con pazienza, con bontà, con lo Spirito Santo, con amore sincero; con un parlare veritiero, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nell'umiliazione, nella buona e nella cattiva fama; considerati come impostori, eppure veritieri; come sconosciuti, eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci viventi; come puniti, eppure non messi a morte; come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa!

Sermone

Cari fratelli e sorelle, in questa lettera, l’apostolo Paolo si rivela apertamente, descrivendo le esperienze di oltre venti anni di servizio in diverse città: Damasco, Antiochia, Filippi, Atene, Corinto, Efeso, ecc… L’apostolo ha visto gloria e umiliazione, vita e morte; una visione di angeli che lo rinvigorisce e una spina nella carne che lo abbatte; grande tenerezza, ma anche grande severità; un dolore smisurato, ma consolazioni immense: ecco alcune delle contraddizioni che si conciliano nello stesso uomo.

Nei capitoli precedenti, l’apostolo ricorda che il Signore ha messo il suo tesoro in noi, in noi che siamo fragili e di scarso valore, come vasi di terra (4,7); ricorda che le sofferenze sono solo momentanee e che, finché siamo in questo mondo, siamo chiamati a vivere coerentemente con al nostra fede esprimendo la nostra testimonianza, come se l’amore di Cristo ci costringesse a farlo (5,14); che ogni credente è una nuova creatura (5,17), incaricato del servizio della “Riconciliazione”, con il quale esercitiamo la funzione di Collaboratori di Dio (5,18). 

Ecco, anche qui, nel nostro brano, Paolo si sofferma sulla grazia di Dio che rende i credenti collaboratori del Signore, siamo resi collaboratori di Dio nel manifestare al mondo il suo amore, la sua giustizia, la riconciliazione, la guarigione, l’accoglienza.

L’apostolo, dunque, invita con forza a non rendere vana la grazia di Dio.

Ma come può la grazia di Dio diventare vana?

Non è forse per tutti?

Non è forse gratuita?

Non raggiunge essa uomini e donne, malati e sani, peccatori e giusti? Come può diventare vana?

Testo della predicazione: 1 Corinzi 2,6-16

Fratelli, a quelli tra di voi che sono maturi esponiamo una sapienza, però non una sapienza di questo mondo né dei dominatori di questo mondo, i quali stanno per essere annientati; ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria e che nessuno dei dominatori di questo mondo ha conosciuta; perché, se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma com'è scritto: «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell'uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano». A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali. Ma l'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente. L'uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa ed egli stesso non è giudicato da nessuno. Infatti «chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo istruire?» Ora noi abbiamo la mente di Cristo».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, parlare di Spirito, secondo l'apostolo Paolo, vuol dire parlare di spiritualità. Mi sono domandato cosa significa, nella nostra comprensione comune, la parola "spiritualità". Certamente, molti di noi la intendono come una forma di "entusiasmo", per la chiesa, per il Signore; la spiritualità la vediamo in una persona della chiesa che lavora con entusiasmo; oppure la vediamo in una persona che parla della propria fede, che si dedica con convinzione all'evangelizzazione o alle varie attività della chiesa. Diciamo, con un linguaggio che non è nostro, che si tratta di persone “spirituali”, mentre nel nostro linguaggio diremmo persone "attive nella chiesa".

Quando l’apostolo Paolo collega strettamente la spiritualità dei credenti allo Spirito Santo, lo fa trattando il tema della Sapienza.

Ci può apparire strano, ma l'apostolo intavola un discorso con quella parte di comunità filo-gnostica, cioè di quella corrente che fondava la propria fede su quella sapienza e conoscenza che Dio avrebbe riservato solo a pochi eletti, i "perfetti", gli altri erano spregevolmente chiamati "psichici" cioè materiali, di second'ordine insomma.

Sembra che fra questi di second'ordine, cioè materiali, poco inclini alla comprensione della sapienza di Dio, fosse annoverato anche l'apostolo Paolo che, così, deve difendersi dell'accusa di non aver ricevuto da Dio nessuna rivelazione spirituale.

L'apostolo risponde dicendo che, se finora non ha parlato tanto profondamente della sapienza di Dio è perché i Corinzi non erano in grado di capire i suoi discorsi. Dunque, Paolo passa ad affermare che Dio rivela se stesso, sì agli esseri umani, ma lo fa attraverso l'azione dello Spirito Santo.

Testo della predicazione: Esodo 13,20-22

Gli Israeliti, partiti da Succot, si accamparono a Etam, all'estremità del deserto. Il Signore andava davanti a loro: di giorno, in una colonna di nuvola per guidarli lungo il cammino; di notte, in una colonna di fuoco per illuminarli, perché potessero camminare giorno e notte. Egli non allontanava la colonna di nuvola durante il giorno, né la colonna di fuoco durante la notte, dal cospetto del popolo.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, questo racconto ci riporta all’epoca in cui Israele è stato appena lasciato libero di andarsene dall’Egitto. Le dieci piaghe d’Egitto hanno piegato il faraone che si sente ora costretto a liberare un popolo che teneva in schiavitù per costruire i suoi palazzi e le sue città.

Israele marcia verso una terra ignota, ha un lungo cammino da percorrere; la Bibbia ci parla di 40 anni di viaggio attraverso il deserto; certo, 40 è un numero simbolico che rappresenta la preparazione del popolo alla salvezza di Dio, ma non saranno stati certo 40 giorni.

Questo popolo dovrà affrontare pericoli di ogni sorta, prima di raggiungere la Terra promessa; e il primo pericolo è in agguato, accadrà a breve distanza da questa partenza, infatti il Faraone si mostra poco convinto di aver lasciando liberi i suoi schiavi e armerà un esercito di 600 carri da guerra per inseguirli e raggiungerli per farli tornare indietro o per farli morire.

Non si presenta dunque un futuro sereno per il popolo che pure ha trascorso 400 anni di dura schiavitù: cosa ci poteva essere di più duro da sopportare? Ci poteva essere il pericolo di popoli nomadi nel deserto, ostili e aggressivi, sete per la scarsità di acqua, fame per la scarsità di cibo.

Non solo, ma anche forze interne al popolo della discendenza di Abramo, persone contrarie che si sono sentite costrette a lasciare l’Egitto, e che indurranno il popolo a rinnegare il Dio liberatore, che non si lasciava vedere fisicamente, a favore di un idolo costruito da loro, un vitello d’oro.

Israele non conosce ancora tutte le difficoltà che dovrà attraversare, i pericoli, le prove, la sete, la fame. Ora vive la gioia della partenza dalla terra che l’ha reso schiavo, ma c’è anche l’ansia per il domani; l’ansia che tutti i cambiamenti e le nuove strade da percorrere portano.