Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Airali

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Giovanni 2,1-11

Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù. E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. Gesù disse loro: «Riempite d’acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora». Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’evangelista Giovanni propone all’inizio del suo Vangelo il primo miracolo di Gesù, che chiama “segno”.

Alcuni teologi hanno fatto notare lo stridore tra questo capitolo e il primo capitolo del Vangelo di Giovanni in cui incontriamo un linguaggio poetico e teologico di alto livello e spessore, come per esempio, il prologo stesso e la presentazione di Gesù come agnello di Dio, come salvatore del mondo. Qui, al capitolo due incontriamo un miracolo dal carattere domestico, quasi a stridere con quanto affermato prima; quello di Gesù, sembra qui un miracolo buffo. Ma, in realtà, non è da sottovalutare il fatto che qui Gesù intervenga in una situazione di penuria, probabilmente di povertà, e si rivela come Colui che salva una festa che stava per fallire.

Gesù è a festa, una festa di nozze che, all’epoca, durava alcuni giorni. La festa era articolata in diversi momenti. Gli amici dello sposo andavano a casa della sposa e la conducevano presso la casa dello sposo. Poi vi era anche il pranzo di nozze, la festa vera e propria, in cui non poteva mancare il vino, simbolo della gioia e dell’allegrezza, per tutta la durata della festa.

Dunque Gesù interviene per trasformare una situazione di penuria in abbondanza, e l’abbondanza di Gesù è anche squisitezza, infatti, il vino che sarà offerto in un secondo tempo è migliore del primo.

Testo della predicazione: Giacomo 2,1-13

«Fratelli miei, la vostra fede nel nostro Signore Gesù Cristo, il Signore della gloria, sia immune da favoritismi. Infatti, se nella vostra adunanza entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e gli dite: «Tu, siedi qui al posto d’onore»; e al povero dite: «Tu, stattene là in piedi», o «siedi in terra accanto al mio sgabello», non state forse usando un trattamento diverso e giudicando in base a ragionamenti malvagi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto quelli che sono poveri secondo il mondo perché siano ricchi in fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi quelli che vi opprimono e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi quelli che bestemmiano il buon nome che è stato invocato su di voi? Certo, se adempite la legge regale, come dice la Scrittura: «Ama il tuo prossimo come te stesso», fate bene; ma se avete riguardi personali, voi commettete un peccato e siete condannati dalla legge quali trasgressori. Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti. Poiché colui che ha detto: «Non commettere adulterio», ha detto anche: «Non uccidere». Quindi, se tu non commetti adulterio ma uccidi, sei trasgressore della legge. Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo la legge di libertà. Perché il giudizio è senza misericordia contro chi non ha usato misericordia. La misericordia invece trionfa sul giudizio.».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il brano biblico della lettera di Giacomo alla nostra attenzione, affronta il tema legato ai nostri rapporti con il prossimo, in modo particolare al nostro giudizio verso gli altri.

Sebbene la nostra sensibilità di protestanti è quella di un’etica della responsabilità che ha come conseguenza la libertà di vivere ed operare in base a scelte che facciamo a partire dalla propria coscienza e coerenza con la fede, tuttavia il nostro modo di vivere non è esente dal rapportarci con gli altri avendo di loro un nostro proprio giudizio.

La comunità a cui si rivolge Giacomo, era chiamata a esprimere dei giudizi che però non erano fondati su criteri corretti di eguaglianza e di misericordia. L’autore fa degli esempi di situazioni che denotano un atteggiamento dei credenti, messo da lui in discussione, perché non è rapportato alla fede, ma ancora di più non ha come base la misericordia di Dio per noi che ci chiama a metterla in pratica: «Se durante i vostri incontri entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e non al povero, non state forse usando un trattamento diverso?».

Domenica, 16 Settembre 2018 20:48

Sermone di domenica 16 settembre 2018

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Testo della predicazione: Atti 12,1-11

«A quel tempo, il re Erode iniziò a opprimere alcuni della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, il fratello di Giovanni. E visto che ciò era gradito ai Giudei, fece in modo di prendere anche Pietro. Erano i giorni degli Azzimi. Dopo averlo fatto arrestare, lo mise in prigione, e lo affidò alla custodia di quattro squadre di quattro soldati ciascuna; era sua intenzione condurlo in giudizio davanti al popolo dopo la Pasqua. Così, mentre Pietro era sorvegliato in carcere, la Chiesa pregava intensamente Dio per lui. Nella notte in cui Erode stava per portarlo davanti al popolo, Pietro dormiva, piantonato da due soldati, legato con due catene; delle guardie davanti alla porta sorvegliavano il carcere. Ed ecco, si presentò un angelo del Signore e una luce brillò nella cella. E, toccato il fianco di Pietro, lo svegliò: «Àlzati, presto!», e le catene gli caddero dalle mani. Poi, l’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e legati i sandali». Egli eseguì e l’angelo aggiunse: «Mettiti addosso il tuo mantello e seguimi». Allora Pietro, uscito, lo seguiva, per quanto non sapeva se fosse vero quel che gli accadeva per mezzo dell’angelo. Pensava, infatti, di avere una visione. Superate, quindi, la prima e la seconda guardia, giunsero alla porta di ferro, quella che conduce in città, e questa si aprì da sola davanti a loro. Usciti, proseguirono su una strada e, subito, l’angelo scomparve da lui. Poi, quando Pietro rientrò in sé, disse: «Ora so per certo che il Signore ha inviato il suo angelo e mi ha liberato dalla mano di Erode e da tutto ciò che si aspettava il popolo dei Giudei».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, davanti a noi si apre una delle scene più suggestive del Nuovo Testamento. Andiamo quindi a vedere cosa stava succedendo all’epoca dei fatti, siamo verso l'anno 45 dopo Cristo. La chiesa ha cominciato a formarsi, l'apostolo Paolo si è già convertito ed è ancora in ritiro spirituale, solo tra 5 anni comincerà i suoi viaggi missionari di evangelizzazione. Stefano, il primo martire è morto da una decina d'anni, ma la chiesa di Gerusalemme è ancora viva e cresce tra grandi difficoltà. I giudei però cominciano a sopportare sempre meno i cristiani: i Sadducei e i Farisei sono i loro peggiori nemici.

Regna sul trono Giulio Agrippa I, nipote del re Erode il Grande che era suo nonno, per questo anche lui è chiamato Erode, ma si tratta di Agrippa. Costui fu educato a Roma e divenne molto amico della famiglia imperiale. Così, l'imperatore Claudio diede sotto il suo potere tutti i territori di suo nonno Erode il Grande.

Così Agrippa si trovò in Palestina con pieni poteri, al vertice della sua carriera; ma su di lui incombeva un'ombra, un atroce dubbio: il fatto che Agrippa fosse troppo amico di Cesare e dei romani che, a loro volta, erano oppressori e, quindi, nemici dei giudei. Così il re Agrippa, per accattivarsi il favore dei giudei e far dimenticare i suoi legami con Roma, comincia a perseguire una politica di protezione di tutte le osservanze giudaiche.

I cristiani rimasero così vittime di questa politica, accusati di non seguire completamente le pratiche giudaiche, ed ebbe inizio una manovra repressiva.

Domenica, 01 Luglio 2018 16:31

Sermone di domenica 1 luglio 2018

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Testo della predicazione: Genesi 12,1-4a

Il Signore disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò; io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra». Abramo partì, come il Signore gli aveva detto.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, quante volte abbiamo avvertito un senso di insicurezza dovendo fare un trasloco, oppure trasferendoci da una città all’altra. Prepararci per una partenza che potrà cambiare il nostro futuro ci mette ansia, un senso di incertezza e di precarietà.

Quello che accade ad Abramo e Sara è la stessa cosa, devono partire, a loro è dato un comando perentorio da parte di Dio: «Va’ via dal tuo paese». Quello che sta accadendo è che Dio decide di dar vita a una nuova comunità umana, che comincia con un porsi in cammino. Dio ha chiamato all’esistenza il mondo, e ora chiama Abramo e Sara a creare un futuro nuovo, radicalmente diverso dal passato e dal presente. Abramo e Sara sono disponibili, rispondono con fede, la fede è quella capacità di accogliere il futuro annunciato da Dio.

Ma non sarà facile.

Dio dice ad Abramo: «Io farò di te una grande nazione», gli promette una discendenza, ma ora questa discendenza è destinata ad annullarsi, perché sua moglie Sara è sterile. Il testo non spiega le cause della sterilità di Sara, si limita soltanto a riferire che questa famiglia, e con essa tutta la discendenza di Abramo, ha esaurito il suo futuro, è giunta al termine della sua storia. Per Abramo e Sara non c’è nessuna speranza, nessun futuro in vista.

La sterilità espressa in questo racconto manifesta la condizione dell’umanità priva di speranza. Dio ha a che fare con questa realtà umana sterile. La sterilità nella Bibbia non è un caso isolato: non colpisce soltanto Sara, ma anche Rebecca la moglie di Isacco, Rachele la moglie di Giacobbe, e la profetessa Anna che sarà la madre di Samuele, ma anche Elisabetta la madre di Giovanni Battista: donne tutte sterili.

La metafora della sterilità annuncia che la famiglia inizia la sua vita in una situazione di irreparabile assenza di speranza. È qui, in questa realtà, che Dio si fa vivo e presente con le sue promesse.

Testo della predicazione: 1 Pietro 3,8-15

«Siate tutti concordi, comprensivi, pieni di amore fraterno, compassionevoli e umili; non rendete male per male, od offesa per offesa, ma, al contrario, benedite; perché a questo siete stati chiamati per ereditare la benedizione. Infatti: “Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra da un parlare ingannevole; si allontani dal male e faccia il bene, cerchi la pace e la persegua; perché gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi ascoltano le loro preghiere; ma la faccia del Signore è contro chi fa il male”. Chi vi farà del male, se siete zelanti nel bene? Se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non abbiate paura di coloro che incutono terrore e non vi preoccupate; ma santificate Cristo il Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono chiarimenti».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, una dura persecuzione attendeva i cristiani a cui si rivolge questa lettera di Pietro, e già, in parte, aveva avuto inizio, attraverso la ferocia e l’odio contro i cristiani da parte dell’imperatore Domiziano e del mondo pagano.

L’autore non nasconde le difficoltà del momento, e manifesta un pensiero per lui importante, e cioè che, facendo il bene, si induce l’avversario a convincersi che è falsa l’idea secondo la quale i cristiani sono da eliminare perché pericolosi dal momento che non s’inchinano davanti all’imperatore, ma solo davanti a Dio. Inoltre l’autore biblico è convinto che con la violenza non si va mai lontano, ma, prima o poi si ritorcerà contro di te, sebbene egli sappia bene che potrebbe sempre accadere il peggio, perciò aggiunge: «E se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi!».

L’autore della lettera di Pietro mette in guardia i credenti dalla tentazione di rispondere a tono, di ricambiare il male con il male, l’ingiuria con l’ingiuria, l’oltraggio con l’oltraggio. Mette in guardia dal dire: «Non meriti la mia attenzione, la mia compassione, il mio amore».

La Bibbia conosce bene la spirale del male, sa bene che entrando in questo circolo non se ne potrà più facilmente uscire, non si otterrà che ostilità e discordia,  guerra e distruzione; la Bibbia invita a guardare oltre la fragilità, oltre la debolezza umana, oltre il male, la malvagità, la meschinità, oltre il nostro piccolo orizzonte; la Bibbia invita a guardare alla speranza che abbiamo ricevuto come credenti e che vede già realizzarsi l’obiettivo che ci è posto davanti e che dobbiamo perseguire: la pace, la concordia, la riconciliazione.

L’aveva detto chiaramente Gesù: «Siate misericordiosi, non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati, perdonate e sarete perdonati… Benedite coloro che vi maltrattano e che vi maledicono».

Testo della predicazione: 1 Corinzi 14,1-3. 20-25

Perseguite l'amore e cercate con cura i doni spirituali, soprattutto per profetizzare. Colui che parla in lingue non parla alle persone, ma a Dio; nessuno infatti comprende, ma lo Spirito proferisce misteri. Chi profetizza, invece, parla a delle persone, edificando, esortando, consolando. Fratelli, non ragionate da bambini, ma siate innocenti come fanciulli nei confronti del male. Quanto al ragionare, siate adulti. Nella legge è scritto: «Con persone che parlano altre lingue e con labbra di altri parlerò a questo popolo e neppure così mi presteranno attenzione». Così dice il Signore. Perciò le lingue sono un segno non per i credenti, ma per i non credenti. La profezia, invece, non è per i non credenti, ma per i credenti. Se, dunque, tutta la chiesa si raduna nel medesimo luogo e tutti parlano in lingue, se entrano dei semplici uditori o non credenti, non diranno che siete impazziti? Se tutti profetizzano ed entra un non credente o una persona in ricerca, è convinto da tutti, ed è da tutti esaminato. Le cose nascoste del suo cuore diventano evidenti  e così, cadendo faccia a terra, adorerà Dio, dichiarando: «Dio è veramente tra voi».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, talvolta accade che, pensando alla volontà di Dio, crediamo che essa sia esattamente diversa o addirittura contraria a ciò che desideriamo o a ciò che speriamo.

L’apostolo Paolo riflette sul problema della volontà di Dio e pone le basi affinché impariamo a maturare nel fare le scelte della nostra vita legate alla Parola di Dio, al Vangelo di Gesù Cristo.

L’apostolo spiega, al capitolo 12 di questa prima lettera ai Corinzi, che i credenti ricevono una grande varietà di doni da Signore e conclude affermando che ciascuno di noi riceve un dono da Dio affinché la chiesa sia edificata.

Sembra proprio che i padri costituenti della Costituzione italiana avessero le parole dell’Apostolo quando scrissero l’articolo 4 che recita così:

«Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società».

La nostra costituzione usa il termine “svolgere un’attività”, mentre l’apostolo Paolo usa il termine “costruire”, costruire un edificio con il contributo di ognuno, attraverso la condivisione dei doni. Quando un dono non può essere condiviso – dice l’apostolo - quando edifica solo se stessi e non agli altri, allora, si pratichi quel dono nel proprio intimo.

Testo della predicazione: Efesini 1,3-14

«Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, oggi, prima domenica dopo Pentecoste, è la Domenica della Trinità, e il nostro lezionario “Un giorno, una Parola” propone questo testo, densissimo di contenuti e con una alta concentrazione teologica, non facile neppure agli «addetti ai lavori» soprattutto perché tratta diversi temi tutti legati da un filo rosso che è la grazia di Dio.

Innanzitutto, bisogna dire che il brano è un Inno e un capolavoro letterario che non teme paragoni con la letteratura greca antica; è un Inno che, invocando la benedizione del Signore, introduce, con una grande solennità, il tema della grazia infinita di Dio. È una solenne confessione di fede, un catechismo condensato che tocca tutti gli elementi essenziali della fede. È il minimo comune denominatore, irrinunciabile, della fede cristiana a cui tutti i credenti si rifanno.

I destinatari della lettera sono credenti cristiani di Efeso convertitesi dal paganesimo, essi sono invitati ad aprirsi al futuro contando sulla guida dello Spirito Santo. L’autore scrive in un’epoca in cui la chiesa non è per niente omogenea e dove diverse teologie e approcci teologici tenevano, spesso, i credenti lontani tra loro, in particolare cristiani giudei e cristiani provenienti dal paganesimo, la fraternità era spesso compromessa.

Il brano che oggi è alla nostra attenzione è il tentativo, ben riuscito, di promuovere l’unità della chiesa, di spiegare che, nonostante le diversità, tutti siamo uniti dalla unica grazia di Dio, proprio perché Cristo è morto per tutti e tutte.

Testo della predicazione: Atti 16,22-34

Presero Paolo e Sila e comandarono che fossero battuti con le verghe. E, dopo aver dato loro molte vergate, li cacciarono in prigione, comandando al carceriere di sorvegliarli attentamente. Ricevuto tale ordine, egli li rinchiuse nella parte più interna del carcere e mise dei ceppi ai loro piedi. Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano. A un tratto, vi fu un gran terremoto, la prigione fu scossa dalle fondamenta; e in quell'istante tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti si spezzarono. Il carceriere si svegliò e, vedute tutte le porte del carcere spalancate, sguainò la spada per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gli gridò ad alta voce: «Non farti del male, perché siamo tutti qui». Il carceriere, chiesto un lume, balzò dentro e, tutto tremante, si gettò ai piedi di Paolo e di Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che debbo fare per essere salvato?» Ed essi risposero: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia». Poi annunciarono la Parola del Signore a lui e a tutti quelli che erano in casa sua. Ed egli li prese con sé in quella stessa ora della notte, lavò le loro piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi. Poi li fece salire in casa sua, apparecchiò loro la tavola, e si rallegrava con tutta la sua famiglia, perché aveva creduto in Dio.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, vi sarà, senz’altro, capitato tante volte di trovarvi a pregare, senza neppure rendervene conto, a motivo di una sofferenza, un dolore, vostri o di altre persone che vi sono care. Accade tante volte che una gioia, una felicità per un evento che avete vissuto o per un pericolo scampato produca un profondo “Alleluia” dall’animaoppure un “grazie Signore”, o semplicemente un “sia ringraziato il cielo”. Sì, tante volte. Altre volte ci si trova a canticchiare piano o forte, una bella canzone o un inno che esprimono la nostra contentezza, e non ce ne accorgiamo neppure.

All’apostolo Paolo e al suo compagno missionario, Sila, era capitata, invece, una brutta avventura che non era destinata a risolversi facilmente. Erano in Macedonia, e Paolo aveva guarito una serva che aveva uno spirito indovino che procurava molti guadagni ai suoi padroni, così, a motivo di quella liberazione, la popolazione si era ribellata denunciandogli apostoli che sconvolgevano la città annunciando tradizioni e riti diversi da quelli consentiti. In realtà erano i loro guadagni che erano compromessi non la loro fede.

Così gli apostoli sono condotti in carcere, in catene e con ceppi ai piedi. Erano, cioè, pericolosi, potevano avere dei poteri con i quali liberarsi; meglio neutralizzare i loro poteri e rendere impossibile la loro liberazione.

Ma l’annuncio della Parola di Dio è l’annuncio della liberazione e non saranno i ceppi e le catene a rendere prigionieri i credenti.

Testo della predicazione: Luca 10,25-37

«Un dottore della legge si alzò per mettere Gesù alla prova, dicendo: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli rispose: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa' questo, e vivrai». Ma egli, volendosi giustificare, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù rispose: «Un tale scendeva da Gerusalemme a Gerico, e cadde nelle mani dei banditi. Essi lo spogliarono e, dopo averlo ferito, se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella stessa via e, avendolo visto, passò dall'altra parte. Così pure un levita, che si trovava in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Un samaritano in viaggio, invece, giunse fino a lui e, avendolo visto, ebbe compassione e, fattosi avanti, fasciò le sue ferite versandovi dell'olio e del vino. Dopo averlo caricato sulla sua cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo diede due denari al locandiere e disse: "Prenditi cura di lui; e quello che spenderai in più, io te lo renderò al mio ritorno". Quale dei tre pensi che sia stato il prossimo di colui che si è imbattuto nei ladroni?» Lui rispose: «Quello che gli ha dimostrato misericordia». Gesù gli disse: «Va', e comportati allo stesso modo».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la parabola del «buon Samaritano» nasce dall’esigenza della gente comune di capire quale fosse il comandamento più importante da seguire perché troppo difficile era diventato seguire ogni dettaglio della legge ebraica e le innumerevoli pratiche della tradizione.

Gesù spiega che “amare” significa adempiere tutta la legge, amare Dio e amare gli altri, cioè il prossimo. Da qui sorge l’altra domanda: «Chi è il mio prossimo?». Chi sono gli altri? Tutti quanti? Tutto il mondo? Anche i Romani oppressori? Anche gli esattori delle tasse? Anche i nemici?

Al tempo di Gesù il “prossimo” era una persona ap­partenente al popolo di Israele, le altre persone non erano considerate prossimo. Tra ebrei e samaritani vi era un odio profondo perché i due popoli rivendicavano, ciascuno, di essere il vero popolo di Dio. Un samaritano non si avvicinava, né parlava a un israelita e viceversa. Anche la donna samaritana al pozzo con Gesù si meraviglia dicendo: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una samaritana?». Gesù, come vedremo, apre orizzonti nuovi.

Per la Bibbia, l’amore è una realtà divina che irrompe nella nostra realtà umana: è un dono di Dio che ci rende capaci di amare gli altri, il prossimo. Dunque torniamo alla domanda: «Chi è il mio prossimo?». Gesù risponde che non lo è solo la persona della tua stessa religione, il tuo vicino di banco in chiesa, il tuo compatriota, ma lo è anche chi è straniero e abita nella tua città, ti è prossimo chi si trova nel bisogno, chi è debole, è colui che puoi aiutare; Gesù stesso si identifica con i minimi quando dice: «quanto avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, lo avete fatto a me».