Culto domenicale:
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nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

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Airali

Archivio dei sermoni domenicali

Domenica, 14 Dicembre 2014 15:05

Sermone di domenica 14 dicembre 2014

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Testo della predicazione: Matteo 11,2-10

«Giovanni, avendo nella prigione udito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!» Mentre essi se ne andavano, Gesù cominciò a parlare di Giovanni alla folla: «Che cosa andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Ma che cosa andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Quelli che portano delle vesti morbide stanno nei palazzi dei re. Ma perché andaste? Per vedere un profeta? Sì, vi dico, e più che profeta. Egli è colui del quale è scritto: "Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero per preparare la tua via davanti a te"».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, oggi è la terza domenica di Avvento, e ci ricorda che siamo in attesa; che la Chiesa di Cristo è in attesa della venuta del Signore. Questo è il messaggio del Natale: che Cristo viene per riscattare noi e il mondo.

Eppure, alla domanda sul Natale, i ragazzi del catechismo mi hanno risposto: «Natale è una festa, c’è il panettone, ci sono i regali». Solo una ragazza ha detto: «Una festa religiosa, ridotta però a commercio». In effetti, oggi, nella nostra società post-cristiana, l’Avvento è il periodo in cui ci si prepara a comprare i regali, grazie della tredicesima; l’Avvento rappresenta l’attesa, sì, ma di un regalo da ricevere; oggi, ancor di più, è “attesa” perché viviamo momenti di difficoltà economiche, e la tredicesima può servire per tappare dei buchi di bilancio famigliare, rimettersi in pari con la rata del mutuo o di bollette. I commercianti sono in trepidante attesa: sperano di intercettare una buona parte della tredicesima in tasca alla gente.

La Bibbia ci parla dell’attesa in modo diverso, ci dice che il percorso storico di un popolo, Israele, è vissuto come un tempo di attesa: di consolazione, di liberazione, di riscatto da angosce, paure, incertezze, debolezze, fragilità,malattie, morte.

È questa la storia dell’Avvento. Israele è in attesa del Messia, il liberatore. È in questo clima che nasce Giovanni il battista, in una famiglia il cui padre era sacerdote, Zaccaria che, con la moglie Elisabetta, attendono «la consolazione d’Israele».

Testo della predicazione: Efesini 5, 22-33

«Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. Ora come la chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa. Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l'acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile. Allo stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama se stesso. Infatti nessuno odia la propria persona, anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diverranno una carne sola. Questo mistero è grande; dico questo riguardo a Cristo e alla chiesa. Ma d'altronde, anche fra di voi, ciascuno individualmente ami sua moglie, come ama se stesso; e altresì la moglie rispetti il marito.»

Sermone

Care sorelle e cari fratelli,

questa domenica è quella più vicina alla giornata di mobilitazione mondiale contro la violenza sulle donne. Ascolteremo perciò l’evangelo di Gesù Cristo che ci interpella in ogni situazione della vita, avendo in particolare nella mente e nel cuore le relazioni tra uomini e donne quando la difficoltà diventa conflitto e violenza.

Essere credenti in Gesù Cristo non appartiene solo ad una parte della nostra vita e della nostra persona: quella che va in chiesa, che si impegna nella chiesa, quella che prega o legge la Bibbia; una parte per così dire spirituale, mentre la materialità dei nostri corpi, le nostre emozioni, pensieri ed azioni nella vita di tutti i giorni seguirebbero la loro logica. Dio salva tutta la tua vita e il servizio a cui ci chiama è per la vita quotidiana. Anche la nostra vita privata è il terreno del vivere la fede: proprio quella vita che non vede nessuno, che si vive nel segreto delle nostre case, dietro le porte chiuse, dietro finestre protette da tende. L’autore della lettera agli Efesini dice una cosa abbastanza normale per il suo tempo, ma non così ovvia per il nostro tempo. La fede non si ferma alla soglia della casa privata. La fede che si mostra nel riunirsi della comunità in sottomissione reciproca, in buone parole di incoraggiamento, mossi dallo Spirito Santo (Efesini 5,18-21), continua il suo agire oltre le soglie delle case, arriva fino alla vita privata.  La vita privata è il terreno di relazioni quotidiane dove tra le mura domestiche si relazionano un io e un tu, un uomo e una donna, in un  legame particolare spesso invisibile agli occhi degli altri. Oggi sappiamo che dietro le porte chiuse si celano la maggior parte delle violenze sulle donne, le case che a volte progettiamo per proteggere la vita di chi vi abita da eventuali violenze esterne, è il luogo segreto di violenze interne.

Testo della predicazione: Matteo 25,31-46

«Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli della sua destra: "Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?" E il re risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me". Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui straniero e non m'accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste". Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: "Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?" Allora risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto non l'avete fatto a uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me". Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna».

Sermone

La scena che si apre ai nostri occhi, leggendo il brano di oggi, è una scena di giudizio. In tutti i popoli orientali il giudizio inequivocabile delle divinità si esprimeva con la stessa presen­tazione mitica: appariva un trono sul quale sedeva la divinità che si preparava a esercitare la sua giustizia. Anche gli autori biblici e Gesù stesso parlano con le categorie del tempo, con gli stessi modelli. Anche il libro di Daniele contiene una scena simile: Dio siede su un trono, si tiene il giudizio e i libri vengono aperti; anche nell’Apocalisse è presentata la stessa scena. Il profeta Isaia, prima di annunciare il duro giudizio di Dio contro Israele, riferisce di vedere Dio nel Tempio, assiso su un trono.

Tuttavia, il racconto di oggi ci, comunque lo leggiamo, ci disorienta, noi che abbiamo una sensibilità biblica per la quale Dio rimane pur sempre un Dio d’amore che non infierisce alcun male a nessuno.

La Bibbia, in ogni pagina, non si stanca mai di spiegarci che  è sempre Dio che instaura un rapporto con noi, è Dio che decide di fare un patto con noi, di venire nel mondo e di offrire se stesso, in Gesù Cristo, per noi. Non si tratta mai di una nostra decisione, ma della nostra adesione a Dio che ci tende la mano e ci tira fuori dalla nostra impossibilità di riscattarci da soli.

Eppure, tante volte, non ci dice niente il fatto che Dio sia divenuto essere umano, che si sia rivelato a noi come essere umano e non come Dio, nella debolezza umana piuttosto che con miracoli eclatanti e sbalorditivi. Si tratta di una pietra sulla quale inciampiamo e che cerchiamo di rimuovere, perché ci fa problema un Dio debole, che non può difendersi, che muore sulla croce. È uno scandalo per noi che Gesù si identifichi con le persone più reiette della società: gli stranieri, i poveri, i carcerati, i malati… 

Che c'entrano le persone con Dio?

Testo della predicazione: Esodo 34,4-10

«Mosè, dunque, tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò la mattina di buon’ora, salì sul monte Sinai come il Signore gli aveva comandato, e prese in mano le due tavole di pietra. Il Signore discese nella nuvola, si fermò con lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, e gridò: «Il Signore! il Signore! il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato ma non terrà il colpevole per innocente; che punisce l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!» Mosè subito s’inchinò fino a terra e adorò. Poi disse: «Ti prego, Signore, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, venga il Signore in mezzo a noi, perché questo è un popolo dal collo duro; perdona la nostra iniquità, il nostro peccato e prendici come tua eredità». Il Signore rispose: «Ecco, io faccio un patto: farò davanti a tutto il tuo popolo meraviglie, quali non sono mai state fatte su tutta la terra né in alcuna nazione; tutto il popolo in mezzo al quale ti trovi vedrà l’opera del Signore, perché tremendo è quello che io sto per fare per mezzo di te».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, senz’altro sarà capitato a tutti noi di rompere un’amicizia perché gli amici si sono comportati in modo scorretto, perché hanno tradito le nostre attese, le nostre riservatezze, le nostre confidenze, o hanno parlato male di noi o agito in modo sconveniente o irrispettoso.

La stessa cosa è accaduta nel rapporto tra Dio e Israele, suo popolo, quando Mosè scese dal monte Sinai con le Tavole della legge, i dieci comandamenti.

L’attesa del popolo era diventata lunga, troppo lunga, snervante, e il popolo si convinse che Mosè, salito sul Monte, non sarebbe più tornato e che si fossero sbagliati circa l’identità di quel Dio che li aveva liberati dall’Egitto dove erano stati schiavi per 400 anni. Così, costruirono un dio da onorare e dal quale farsi accompagnare verso il lungo cammino che li attendeva: un vitello d’oro.

A noi fa sorridere tutto questo, è davvero singolare, quanto contraddittorio, che la fiducia di un popolo fosse riposta sulla figura di un animale.

Ciò vuole semplicemente indicare a quale punto di stoltezza e stupidità possa arrivare l’essere umano riguardo alla sua fedeltà verso chi gli ha fatto del bene, a chi lo ha salvato, verso chi deve riconoscenza e amicizia.

Mosè rompe le Tavole della legge perché reputa che, a questo punto, la fedeltà a Dio e di Dio sia compromessa, che si sia rotto il forte cordone che teneva legato il popolo a Dio.

Testo della predicazione: Efesini 5,15-21

Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi; ricuperando il tempo perché i giorni sono malvagi. Perciò non agite con leggerezza, ma cercate di ben capire quale sia la volontà del Signore. Non ubriacatevi! Il vino porta alla dissolutezza. Ma siate ricolmi di Spirito, parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il vostro cuore al Signore; ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo; sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo.

Sermone

     Cari fratelli e care sorelle, alle orecchie di un protestante suonano un po’ sospette le parole dell’autore della lettera agli Efesini, perché sembra voglia dare indicazioni moralistiche che non siano conseguenza della propria coscienza e della propria libertà.

     In fondo questa lettera, probabilmente una circolare a cui ogni chiesa dell’Asia minore metteva la propria intestazione, è stata scritta per esortare i credenti a non perdersi nei modi di essere e di fare della realtà sociale dell’epoca: l’autore parla di “giorni malvagi” e invita i credenti a un’etica di coerenza con la propria fede, anche quando diventa difficile, proprio per far fronte a momenti faticosi della vita.

     Si tratta di tempi difficili, malvagi, perché dominati dal male, colpiti dalla violenza, dalla disonestà, dalla cattiveria e dall’immoralità. Alcuni credenti non si ponevano alcun problema sulla loro doppia morale, per la quale nella chiesa erano onesti e fuori disonesti, cioè, come tutti gli altri. Oggigiorno, quando un politico è accusato di corruzione si difende dicendo che “così fan tutti”, che è normale. Ecco, questi credenti che si comportavano in questo modo si adeguavano al tempo della malvagità, a quello dell’ingiustizia sociale.

     Per questo, nella lettera agli Efesini vi è un richiamo alla saggezza e all’intelligenza, il richiamo di rifuggire la stoltezza e la stupidità.

Testo della predicazione: Matteo 21,28-32

«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi". Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò. Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò. Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L'ultimo». E Gesù a loro: «Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. Poiché Giovanni è venuto a voi per la via della giustizia, e voi non gli avete creduto; ma i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto; e voi, che avete visto questo, non vi siete pentiti neppure dopo per credere a lui».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’ascolto della parabola di Gesù, per certi versi, ci fa andare indietro nel tempo quando ricevevamo ordini dai genitori, dagli insegnati a scuola, o comunque, dai grandi, dagli adulti. Questa condizione con il tempo stanca e arriva dunque il tempo in cui rispondiamo: «Sono adulto e vaccinato, scelgo io cosa fare».

I figli della parabola che Gesù racconta, sono già adulti, e probabilmente stufi di sentirsi dare degli ordini. Ma c’è una differenza tra i due: il primo dice di sì, ma in fondo non ha a cuore la vigna, non gli interessa, anche se sa che la vigna ha bisogno di cure, e perché no, anche di passione, di affetto. Dice sì, forse per rispetto dovuto nei confronti del padre.

Il secondo figlio dice di no. Accade a volte, quando abbiamo a cuore qualcuno o qualcosa, che l’incoraggiamento da parte di altri a perdercene cura, sia un mancato riconoscimento del nostro amore e del nostro impegno per ciò che abbiamo a cuore. Allora, ci irrigidiamo.

Anche cercando di capire in profondità la motivazione che induce i due fratelli a dare risposte così diverse, Gesù non se ne prende cura, espone una parabola invitando a identificarsi con l’uno o con l’altro figlio rispetto alla volontà di Dio.

 

Testo della predicazione: Romani 12,1-2

Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, nei due versetti che abbiamo udito dalla lettera ai Romani, l'apostolo Paolo opera una rivoluzione copernicana all'interno del Cristianesimo.

L'apostolo incoraggia la comunità dei credenti di Roma e, sebbene l'esortazione abbia una sapore autorevole, è fatta in nome della "misericordia di Dio"; perciò l'apostolo invita i credenti a «offrire i loro corpi in sacrificio vivente ...quale culto spirituale a Dio». Ed è proprio il caso di sottolinearlo "culto spirituale" perché, in effetti, l’apostolo sta operando un’abolizione di antiche concezioni che separavano nettamente il sacro dal profano. Gli antichi riti erano eseguiti proprio a motivo di questa netta divisione tra gli umani e il dio. Lo stesso rito, anche in Israele, serviva a purificare il corpo di chi si presentava al cospetto di Dio. Una persona che aveva peccato non poteva apparire davanti alla santità di Dio.

Ora, invece, Paolo invita a offrire proprio quel corpo umano come sacrificio, quel corpo che rappresentava tutto il contrario del sacro, tutta l'impurità e la corruzione umana, tutto il degrado e il peccato in cui era piombato l’essere umano per la sua disubbidienza che leggiamo fin dalle prime pagine della Bibbia.

Testo della predicazione: Romani 6,19-23

Parlo alla maniera degli uomini, a causa della debolezza della vostra carne; poiché, come già prestaste le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità per commettere l'iniquità, così prestate ora le vostre membra a servizio della giustizia per la santificazione. Perché quando eravate schiavi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia. Quale frutto dunque avevate allora? Di queste cose ora vi vergognate, poiché la loro fine è la morte. Ma ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna; perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’apostolo Paolo parla un linguaggio metaforico perché il suo discorso sia più facilmente compreso dai credenti della chiesa di Roma, e da noi oggi. Parla di “carne”, parla di “membra”, di “schiavitù” e di “libertà”.

È consapevole che non si può parlare di Dio e della sua grazia senza che ciò sia frainteso da noi, perché viviamo dentro una logica umana che non ci permette di capire quella di Dio, tanto diversa dalla nostra.

Così, per permettere di capire che cosa è il peccato, Paolo vi contrappone la giustizia. «Se tu ti orienti in modo che la giustizia per tutti si compia, allora non ti presti al peccato; quando te ne freghi di realizzare una giustizia di cui tutti possono godere, allora stai consegnando il tuo corpo e l’intero tuo essere al peccato».

In realtà, l’apostolo sta cercando di incoraggiare i credenti di Roma a proseguire lungo una strada che non è facile, perché non ricevono il consenso dei loro concittadini che vivono dentro una logica di tornaconto, di interesse e di giovamento personale, piuttosto che umano e sociale. Perciò l’apostolo afferma: «Prestate ora le vostre membra al servizio della giustizia».

Essere credenti cristiani significa partecipare alla fede in Gesù Cristo, vivere una svolta, prendere parte a un cambiamento che porta dalla schiavitù alla libertà. In modo figurato, l’apostolo, permette di vedere nella morte di Gesù, la fine della nostra schiavitù al peccato, e nella sua risurrezione, il nostro ingresso nella terra della libertà.

Tutti noi, dunque, come credenti, partecipiamo a questo evento di Gesù attraverso l’esperienza della nostra conversione.

Testo della predicazione: Prima Pietro 2,4-10

Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Infatti si legge nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa
e chiunque crede in essa non resterà confuso». Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli increduli «la pietra che i costruttori hanno rigettata è diventata la pietra angolare, pietra d'inciampo e sasso di ostacolo». Essi, essendo disubbidienti, inciampano nella parola; e a questo sono stati anche destinati. Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia.

Sermone

Care sorelle, cari fratelli,

è notizia di questi giorni che i cristiani di Mosul (Iraq) sono stati costretti a abbandonare la città, come nel 1687 i nostri antenati presero la via dell’esilio da queste vallate. Si tratta di una decina di famiglie, a Mosul i cristiani erano una piccola minoranza. Non ci occupiamo di coloro che li hanno spinti o costretti a cercare accoglienza fuori dalla loro terra. Vogliamo concentrarci proprio sugli esiliati. Ci chiediamo: è tutto perduto? Può la chiesa vivere nella dispersione?

L’immagine che l’autore della prima lettera di Pietro ci trasmette è quella della pietra. Un’immagine di solidità, di insensibilità (la pietra non sente il dolore), un’immagine di eternità (da quanto tempo certi edifici di pietra sfidano il tempo). La pietra però è in questo testo, soprattutto un materiale di costruzione. Il Signore costruisce la comunità di coloro che pongono in Lui la loro fiducia, utilizzandoli come pietre di costruzione. Noi delle pietre? Noi che siamo tutt’altro che solidi, eterni, insensibili? Già proprio noi possiamo essere quel materiale da costruzione, perché Dio ci trasforma da materia inerte e per giunta fragile, in materiale da costruzione vivente e solido. Pietre viventi, una contraddizione in termini che sottolinea che quando si parla di chiesa, si parla prima di tutto della azione di Dio. Dio agisce in modo non riconoscibile da tutti, certamente, ma agisce e  infonde la vita che viene da Lui in noi, trasformandoci, rendendo possibile il nostro concorrere all’edificazione di quel tempio che è la chiesa.