Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Airali

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Ebrei 13,12-14

Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, soffrì fuori della porta della città. Usciamo quindi fuori dall'accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio. Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera agli Ebrei rivolge un lungo sermone ai suoi destinatari per incoraggiarli circa le difficoltà che vivevano nella società come credenti cristiani. Questi credenti attraversavano diverse persecuzioni che provocavano delusioni, perché si aspettavano una salvezza che li liberasse dalle sofferenze umane.

Il predicatore cerca di spiegare la realtà della fede attingendo dalle Scritture dell’Antico Testamento, scritture che diventano la prefigurazione di un nuovo Patto che Dio aveva compiuto attraverso il suo figlio, Gesù. Il nuovo Patto è perfetto perché non è stato compiuto con il sangue di animali, ma con il sangue di Cristo, Dio stesso che si offre all’umanità. Il nuovo Patto è per sempre, non servono altri sacrifici, perché è accaduto una volta per tutte.

Non bisogna temere dunque, perché siamo entrati all'interno di una nuova alleanza con Dio in cui Dio stesso decide di essere l’autore della nostra salvezza, del nostro perdono e della nostra redenzione.

Testo della predicazione: I Re 19,1-13

Acab raccontò a Izebel tutto quello che Elia aveva fatto, e come aveva ucciso con la spada tutti i profeti. Allora Izebel mandò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi trattino con tutto il loro rigore, se domani a quest’ora non farò della vita tua quel che tu hai fatto della vita di ognuno di quelli». Elia, vedendo questo, si alzò, e se ne andò per salvarsi la vita; giunse a Beer-Seba, che appartiene a Giuda, e vi lasciò il suo servo; ma egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: «Basta! Prendi la mia vita, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!» Poi si coricò, e si addormentò sotto la ginestra. Allora un angelo lo toccò, e gli disse: «Àlzati e mangia». Egli guardò, e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre calde, e una brocca d'acqua. Egli mangiò e bevve, poi si coricò di nuovo. L’angelo del Signore tornò una seconda volta, lo toccò, e disse: «Àlzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te». Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio. Lassù entrò in una spelonca, e vi passò la notte. E gli fu rivolta la parola del Signore, in questi termini: «Che fai qui, Elia?» Egli rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, per il Dio degli eserciti, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita». Dio gli disse: «Va’ fuori e fermati sul monte, davanti al Signore». E il Signore passò. Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto; ma il Signore non era nel terremoto. E, dopo il terremoto, un fuoco; ma il Signore non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un suono dolce e sommesso. Quando Elia lo udì, si coprì la faccia con il mantello, andò fuori, e si fermò all'ingresso della spelonca; e una voce giunse fino a lui, e disse: «Che fai qui, Elia?».

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, nel brano biblico di oggi troviamo un profeta che fugge. Fugge per salvarsi la vita. Israele si è rivolto ad altri dèi, in particolare a Baal e Astarte i cui profeti sono tutti morti a causa di Elia. Così Elia dà le motivazioni di ciò che è accaduto rispondendo alla domanda di Dio «Che fa qui, Elia?»«Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita».

     Elia non solo scappa dalla morte, ma scappa anche da Dio, scappa dalla vocazione profetica che Dio gli ha affidata, scappa dalla sua missione. Si rende conto che il suo fuggire rende vuota la sua esistenza e, paradossalmente, chiede al Signore di morire: «Basta, Signore, prendi la mia vita».

     Chiedere di morire, per il profeta, significa: “lasciami stare”, non mi reputo più adatto, sono incapace. E certamente, mentre fugge, Elia è incapace, viene colto da una grande tristezza, da una depressione che gli fa rinunciare a tutto. Lascia andare il suo servo per restare solo, solo con se stesso, rifugiandosi dentro una caverna, una grotta per ripararsi dalla notte.

Testo della predicazione: Ebrei 4, 4-16

«A proposito del settimo giorno, è detto così: «Dio si riposò il settimo giorno da tutte le sue opere»; e di nuovo nel medesimo passo: «Non entreranno nel mio riposo!». Poiché risulta che alcuni devono entrarci, e quelli ai quali la buona notizia fu prima annunziata non vi entrarono a motivo della loro disubbidienza, Dio stabilisce di nuovo un giorno - oggi - dicendo per mezzo di Davide, dopo tanto tempo, come si è detto prima: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!». Infatti, se Giosuè avesse dato loro il riposo, Dio non parlerebbe ancora d'un altro giorno. Rimane dunque un riposo sabbatico per il popolo di Dio; infatti chi entra nel riposo di Dio si riposa anche lui dalle opere proprie, come Dio si riposò dalle sue. Sforziamoci dunque di entrare in quel riposo, affinché nessuno cada seguendo lo stesso esempio di disubbidienza. Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto. Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno». 

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera agli Ebrei rivolge un lungo sermone ai suoi destinatari per incoraggiarli circa le difficoltà che vivevano nella società come credenti cristiani. Questi credenti trovavano umiliante credere in un Cristo come “uomo di dolore”, le persecuzioni che essi stessi subivano avevano provocato delusione, perché si aspettavano una salvezza che li liberasse dalle sofferenze umane.

Il predicatore però, cerca di rendere ragione dei testi biblici su cui si appoggiavano i credenti, spiegandone il senso autentico, non letterale, ma spirituale, per cui le Scritture dell’Antico Testamento diventano la prefigurazione di un nuovo Patto che Dio farà con l’umanità. Il nuovo Patto è perfetto perché non è stato compiuto con il sangue di animali, ma con il sangue di Cristo, che è la Parola vivente di Dio, Dio stesso che si offre all’umanità. Il nuovo Patto è per sempre, non servono altri olocausti, altre offerte a Dio, ma è accaduto una volta per tutte.

Testo della predicazione: Atti degli Apostoli 16,6-15

Poi attraversarono la Frigia e la regione della Galazia, perché lo Spirito Santo vietò loro di annunciare la parola in Asia; e, giunti ai confini della Misia, cercavano di andare in Bitinia; ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; e, oltrepassata la Misia, discesero a Troas. Paolo ebbe durante la notte una visione: un macedone gli stava davanti, e lo pregava dicendo: «Passa in Macedonia e soccorrici». Appena ebbe avuta quella visione, cercammo subito di partire per la Macedonia, convinti che Dio ci aveva chiamati là, ad annunciare loro il vangelo. Perciò, salpando da Troas, puntammo diritto su Samotracia, e il giorno seguente su Neapolis; di là ci recammo a Filippi, che è colonia romana e la città più importante di quella regione della Macedonia; e restammo in quella città alcuni giorni. Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera; e sedutici parlavamo alle donne là riunite. Una donna della città di Tiatiri, commerciante di porpora, di nome Lidia, che temeva Dio, ci stava ad ascoltare. Il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo. Dopo che fu battezzata con la sua famiglia, ci pregò dicendo: «Se avete giudicato ch'io sia fedele al Signore, entrate in casa mia, e alloggiatevi». E ci costrinse ad accettare.

Sermone

Care sorelle, cari fratelli,

per chi desidera annunciare l’evangelo cioè la buona notizia che da senso alla vita, percepire che c’è qualcuno che lo aspetta, che ne ha bisogno è una motivazione forte. Così è stato per noi nei decenni successivi al 1848. La missione delle chiese evangeliche in Italia era motivata dalla convinzione che oltre il ghetto valdese ci fossero persone che avevano bisogno dell’evangelo. Anche i nostri antenati avevano sognato come Paolo, un uomo, rappresentante di tutto un popolo, che diceva: “vieni a soccorrerci”.

La base di ogni evangelizzazione è la convinzione che c’è qualcuno che ha bisogno del soccorso dell’annuncio di Cristo. Paolo così parte, dall’Asia si trasferisce in Europa, in Macedonia (oggi Grecia del nord); finalmente, dopo un periodo di stasi nella missione, può ripartire, per giunta con una forte motivazione.

Ma giunto a Filippi, non si capisce immediatamente l’urgenza, l’attesa della predicazione. Dove è il popolo in attesa dell’evangelo? Per alcuni giorni Paolo e i suoi collaboratori girano per la città, vagabondano senza trovare un punto di aggancio per la loro predicazione. Non c’è nemmeno una sinagoga in città. Alla fine, di sabato (tradizionale giorno di riunione nelle sinagoghe) si dirigono fuori dalla porta della città e come in un estremo tentativo, cercano la sinagoga vicino al fiume (le sinagoghe avevano bisogno di fonti vicine per i riti di purificazione). Il macedone bisognoso della predicazione dell’evangelo rappresentava forse la comunità degli uomini ebrei di Filippi? Ma anche questa volta grande è la delusione. Lungo il fiume non c’è nessuna sinagoga. Ci sono solo delle donne probabilmente impegnate a lavorare. Il testo ci presenta una di loro, la capa, si chiama  Lidia, commerciante di porpora, una straniera (originaria di Tiatiri in Asia), simpatizzante  ebrea (il testo dice timorata di Dio). Il sogno dell’uomo macedone destinatario dell’annuncio dell’evangelo prende corpo in un gruppo di donne.

Testo della predicazione: II Pietro 1,16-19

Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». E noi l'abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo. Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori». 

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, la seconda lettera di Pietro è scritta da un credente molto preoccupato per Chiesa del Signore. Siamo nel secondo secolo e si avverte una grande stanchezza, la promessa del ritorno di Cristo si fa attendere e molti credenti hanno cominciato a sostenere che il suo ritorno non accadrà, che in fondo neppure la venuta di Cristo ha cambiato nulla nel mondo. Dunque alcuni cominciano a dire: «Dov’è la promessa della sua venuta? I nostri padri sono morti e nulla è cambiato fin dalla creazione» (3,4). Tutto è come prima, non ci sono segni che attestino la realizzazione di una promessa e neppure che qualcosa, in futuro, cambierà. Nulla è cambiato da quando il mondo è stato creato.

Affermazione che rivela una grande disillusione e soprattutto una affermazione che invita a non illudersi ancora ingannando se stessi. Cristo è morto, è risuscitato, è salito al cielo per chi, per cosa? Si domandavano alcuni. Noi siamo qui a subire un mondo violento e ostile, sopportiamo persecuzioni e soprusi, ci contrapponiamo a una morale persa nella disonestà e nella licenziosità, ma senza un riconoscimento, senza che il nostro impegno scalfisca nulla, senza che cambi qualcosa, senza che questo mondo migliori davvero. Tanto vale comportarsi come tutti gli altri, vivendo e godendosi la vita.

Testo della predicazione: Luca 7,18-22

I discepoli di Giovanni gli riferirono tutte queste cose. Ed egli, chiamati a sé due dei suoi discepoli, li mandò dal Signore a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?» Quelli si presentarono a Gesù e gli dissero: «Giovanni il battista ci ha mandati da te a chiederti: "Sei tu colui che deve venire o ne aspetteremo un altro?"» In quella stessa ora, Gesù guarì molti da malattie, da infermità e da spiriti maligni, e a molti ciechi restituì la vista. Poi rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che avete visto e udito: i ciechi ricuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il vangelo è annunziato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!». 

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, questo testo biblico di Luca ci sorprende. Giovanni il battista è lo stesso che ha battezzato Gesù nel fiume Giordano e durante il battesimo di Gesù si aprì il cielo e lo Spirito Santo scese come una colomba e una voce dal Cielo: «Tu sei mio figlio, in te mi sono compiaciuto» (Lc 3,22). Il testo biblico di oggi ci sorprende perché è lo stesso Giovanni che aveva visto i cieli aperti e sentito la voce dal cielo che ora, dalla prigione in cui si trova, invia i suoi discepoli da Gesù a domandare se è lui il Messia oppure no: «Se tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?».

Forse i segni di Gesù non erano sufficienti a credere che in lui si adempivano le promesse? Oppure le attese riguardo al Messia erano più grandi della realtà? O forse è il contrario, cioè che la speranza che Gesù il Messia porta va molto oltre le nostre aspettative, fino a non crederci?

Testo della predicazione: II Samuele 13,1-22

 

Dopo queste cose avvenne che Absalom, figlio di Davide, aveva una sorella di nome Tamar, che era bella; e Amnon, figlio di Davide, se ne innamorò. Amnon si appassionò a tal punto per Tamar sua sorella da diventarne malato; perché lei era vergine e pareva difficile ad Amnon di fare qualche tentativo con lei. Amnon aveva un amico, di nome Ionadab, figlio di Simea, fratello di Davide; Ionadab era un uomo molto accorto. Questi gli disse: «Come mai tu, figlio del re, sei ogni giorno più deperito? Non me lo vuoi dire?» Amnon gli rispose: «Sono innamorato di Tamar, sorella di mio fratello Absalom». Ionadab gli disse: «Mettiti a letto e fingiti malato. Quando tuo padre verrà a vederti digli: "Fa', ti prego, che mia sorella Tamar venga a darmi da mangiare e a preparare il cibo in mia presenza perché io lo veda e mangi quel che mi darà"». Amnon dunque si mise a letto e si finse ammalato; e quando il re lo venne a vedere, Amnon gli disse: «Fa', ti prego, che mia sorella Tamar venga e prepari un paio di frittelle in mia presenza; così mangerò quel che mi darà». Allora Davide mandò a dire a Tamar: «Va' a casa di Amnon, e preparagli qualcosa da mangiare». Tamar andò a casa di Amnon, suo fratello, che era a letto; prese della farina stemperata, l'intrise, preparò delle frittelle e le fece cuocere davanti a lui. Poi prese la padella, servì le frittelle e gliele mise davanti, ma egli rifiutò di mangiare e disse: «Fate uscire di qui tutta la gente». Tutti uscirono. Allora Amnon disse a Tamar: «Portami il cibo in camera e lo prenderò dalle tue mani». Tamar prese le frittelle che aveva fatte e le portò in camera ad Amnon suo fratello. Ma mentre gliele porgeva perché mangiasse, egli l'afferrò e le disse: «Vieni a unirti a me, sorella mia». Lei gli rispose: «No, fratello mio, non farmi violenza; questo non si fa in Israele; non commettere una tale infamia! Io dove potrei andare piena di vergogna? E quanto a te, tu saresti considerato un infame in Israele. Te ne prego, parlane piuttosto al re, egli non ti rifiuterà il permesso di sposarmi». Ma egli non volle darle ascolto e, essendo più forte di lei, la violentò e si unì a lei. Poi Amnon ebbe verso di lei un odio fortissimo; a tal punto che l'odio per lei fu maggiore dell'amore di cui l'aveva amata prima. Le disse: «Àlzati, vattene!» Lei gli rispose: «Non mi fare, cacciandomi, un torto maggiore di quello che mi hai già fatto». Ma egli non volle darle ascolto. Anzi, chiamato il servo che lo assisteva, gli disse: «Caccia via da me costei e chiudile dietro la porta!» Lei portava una tunica con le maniche, perché le figlie del re portavano simili vesti finché erano vergini. Il servo di Amnon dunque la mise fuori e le chiuse la porta dietro. E Tamar si sparse della cenere sulla testa, si stracciò di dosso la tunica con le maniche e mettendosi la mano sul capo, se ne andò gridando. Absalom, suo fratello, le disse: «Forse che Amnon, tuo fratello, è stato con te? Per ora taci, sorella mia; egli è tuo fratello; non tormentarti per questo». Tamar, desolata, rimase in casa di Absalom, suo fratello. Il re Davide udì tutte queste cose e si adirò molto. Absalom non disse una parola ad Amnon né in bene né in male; perché odiava Amnon per la violenza che aveva fatta a Tamar, sua sorella.


Tamar, la principessa violata

Lidia Maggi
Le donne di Dio (Claudiana) cap. 29.

 

È una storia come tante altre, quella di Tamar.


Una vicenda comune a molte vittime innocenti, vite segnate per sempre dallo stupro e dal disprezzo.
Gli abusi domestici sono tra le violenze più terribili, perché avvengono proprio nei contesti dove i più deboli dovrebbero essere tutelati, protetti e amati. Abusare di un familiare significa tradire un rapporto intimo di fiducia, approfittare della vulnerabilità della persona per i propri fini malvagi e scardinare per sempre la stima necessaria per affrontare la vita.

Piccola principessa violata, sapevi che non sarebbe bastato il tuo status regale a proteggerti? Sapevi che il pericolo più grande, il nemico da temere, non veniva dall'esterno ma abitava con te, aveva il tuo stesso sangue, era parte della tua stessa genealogia?
Tuo fratello, Tamar, tuo fratello! Si era invaghito di te, di una passione insana, un'ossessione malata. Amnon, il primogenito del re, l'erede al trono, per te rifiutava il cibo. Di te aveva fatto la sua malattia. Possibile che nessuno in casa notasse quanto stava accadendo?
«Sono innamorato di Tamar, la sorella di mio fratello Assalonne» (II Sam. 13,4), aveva confessato al cugino Jonadab. Fu quest'ultimo a suggerirgli quel folle piano: «Mettiti a letto e fingiti malato. Quando tuo padre verrà a trovarti digli: se venisse mia sorella Tamar a farmi da mangiare e vedessi con i miei occhi quel che prepara, mangerei volentieri il cibo dalle sue mani» (v. 6).
Tuo padre, il re, venuto a conoscenza dello stupro, si è molto indignato senza però intervenire. Ma come ha potuto essere così cieco, non accorgersi di quella passione perversa, dell'ambiguità della richiesta fatta, che tu e solo tu cucinassi e lo nutrissi con le tue mani?

Testo della predicazione: Giovanni 15,9-17

«Come il Padre mi ha amato, così anch'io ho amato voi; dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi.». 

Sermone

Il nostro brano del Vangelo di Giovanni riflette sul versetto del cap. 13 che dice: «Io vi do un comandamento nuovo» (v. 34). In realtà, il comandamento dell’amore non è certo nuovo perché le parole “Amerai il prossimo tuo come te stesso” sono già contenute nell’Antico Testamento (Lev. 19,18). Ma è nuovo perché riflette la rivelazione con cui Dio si presenta al mondo in Gesù, suo Figlio.

Gesù, dunque, si presenta a noi come uno spazio nuovo nel quale possiamo vivere concretamente la nostra realtà di fede e di cittadini del mondo. Il legame tra il Padre e Gesù, suo Figlio, è un legame d’amore, la relazione tra il Padre e il Figlio è caratterizzata dall’amore. Così questo legame può determinare anche le relazioni tra i credenti che vivono dell’amore di cui Gesù li ama.

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