Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Airali

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Romani 12,17-21

Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all'ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, come protestanti, manifestiamo una certa diffidenza davanti a elenchi di imperativi imposti in qualche modo; noi crediamo nel valore della libertà, di scelte e comportamenti che fanno riferimento alla propria coscienza resa responsabile dalla Parola di Dio perché radicata nel Vangelo di Gesù Cristo.

In effetti l’apostolo Paolo è maestro per quanto concerne questa nostra posizione chiara, eppure qui, nella lettera ai Romani, l’apostolo pronuncia con forza una serie di imperativi, rivolti ai credenti della chiesa di Roma. È evidente che l’apostolo fa riferimento a una realtà particolare, concreta; è sensibile ai problemi che quella comunità attraversa. E si evince che nella chiesa di Roma ci sono fratelli e sorelle che subiscono del male e sono oggetto di odii, violenze, ritorsioni, forse anche di intolleranze; non sappiamo perché.

L’apostolo si sente di offrire dei consigli derivati dalla sua esperienza di credente che ha subìto violenza, che è stato in carcere, perseguitato ingiustamente, e propone una risposta nonviolenta dei credenti nei confronti di chi ha inflitto loro del male; l’apostolo insegna a rispondere alla provocazione in modo costruttivo, lontano dalla logica di “occhio per occhio e dente per dente”, logica che conduce sempre a inimicizie e ostilità senza fine. Quindi afferma con grande determinatezza: «Non rendete male per male».

Testo della predicazione: Romani 8,26-30

«Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede per noi con sospiri ineffabili; e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio. Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno. Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati».

Sermone

L’apostolo Paolo, al capitolo 8 della lettera ai Romani contrappone la legge antica alla grazia di Dio; una legge che genera peccato e, quindi, morte a una legge che genera vita, quella dello Spirito. Infatti è chiamato “Spirito della vita” (8,2).

La morte di Gesù sulla croce, interrompe l’azione del peccato e della morte, e apre le porte alla libertà dello Spirito che agisce per rinnovare ogni essere umano che accoglie la grazia e l’amore di Dio.

Dunque, per l’apostolo Paolo, dalla morte di Gesù sulla croce si apre un’epoca nuova nella quale l’azione dello Spirito permette una vita che rende il nostro essere credenti non più vissuto all’insegna della paura del peccato e della morte, ma gioioso perché vive della speranza che la nostra redenzione è già presente nell’oggi e avrà il suo pieno compimento in un futuro non lontano, che sta davanti a noi. Le “primizie dello Spirito” (v. 23) ci danno serenità e pace, affinché, malgrado i nostri limiti umani, le nostre paure, le nostre incredulità, possiamo vivere in un orizzonte nel quale lo Spirito ci permette di rasserenarci.

Testo della predicazione: Isaia 40,25-31

«A chi dunque mi vorreste assomigliare, a chi sarei io uguale?» dice il Santo. Levate gli occhi in alto e guardate: Chi ha creato queste cose? Egli le fa uscire e conta il loro esercito, le chiama tutte per nome; per la grandezza del suo potere e per la potenza della sua forza, non ne manca una.  Perché dici tu, Giacobbe, e perché parli così, Israele: «La mia via è occulta al Signore e al mio diritto non bada il mio Dio?» Non lo sai tu? Non l'hai mai udito? Il Signore è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della terra; egli non si affatica e non si stanca; la sua intelligenza è imperscrutabile. Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato. I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.

Sermone

Care sorelle, cari fratelli,

sono stata molto fortunata: ho visto volare l’aquila. Volava molto in alto, se non avessi avuto un binocolo non sarebbe stata altro che un puntino nel cielo. Planava con le ali stese, mi sembrava senza fatica, sfruttava le correnti dell’aria, faceva grandi giri nel cielo. Là dove osano le aquile. Coloro che sperano nel Signore, dice il profeta, sono come quell’aquila.

Ho anche osservato le galline. Sempre chinate sulla terra, alla ricerca di qualcosa da becchettare. Hanno ali ma le usano pochissimo, più che volare, svolazzano per breve tempo e non certo in alto. Il loro orizzonte è limitato. Guardando le galline senza volo, mi è venuto in mente il popolo di Israele in esilio a Babilonia. Con l’orizzonte stretto attorno a loro stessi , vedono solo le loro difficoltà, i loro problemi e si lamentano con Dio. “Il Signore non vede che vita faccio? Come mai Dio non difende la mia causa?” In una parola: Dio mi ha abbandonato in preda alla mia vita qui sulla terra. Non vede quanto devo tribolare.

Testo della predicazione: Ebrei 13,12-14

Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, soffrì fuori della porta della città. Usciamo quindi fuori dall'accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio. Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera agli Ebrei rivolge un lungo sermone ai suoi destinatari per incoraggiarli circa le difficoltà che vivevano nella società come credenti cristiani. Questi credenti attraversavano diverse persecuzioni che provocavano delusioni, perché si aspettavano una salvezza che li liberasse dalle sofferenze umane.

Il predicatore cerca di spiegare la realtà della fede attingendo dalle Scritture dell’Antico Testamento, scritture che diventano la prefigurazione di un nuovo Patto che Dio aveva compiuto attraverso il suo figlio, Gesù. Il nuovo Patto è perfetto perché non è stato compiuto con il sangue di animali, ma con il sangue di Cristo, Dio stesso che si offre all’umanità. Il nuovo Patto è per sempre, non servono altri sacrifici, perché è accaduto una volta per tutte.

Non bisogna temere dunque, perché siamo entrati all'interno di una nuova alleanza con Dio in cui Dio stesso decide di essere l’autore della nostra salvezza, del nostro perdono e della nostra redenzione.

Testo della predicazione: I Re 19,1-13

Acab raccontò a Izebel tutto quello che Elia aveva fatto, e come aveva ucciso con la spada tutti i profeti. Allora Izebel mandò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi trattino con tutto il loro rigore, se domani a quest’ora non farò della vita tua quel che tu hai fatto della vita di ognuno di quelli». Elia, vedendo questo, si alzò, e se ne andò per salvarsi la vita; giunse a Beer-Seba, che appartiene a Giuda, e vi lasciò il suo servo; ma egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: «Basta! Prendi la mia vita, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!» Poi si coricò, e si addormentò sotto la ginestra. Allora un angelo lo toccò, e gli disse: «Àlzati e mangia». Egli guardò, e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre calde, e una brocca d'acqua. Egli mangiò e bevve, poi si coricò di nuovo. L’angelo del Signore tornò una seconda volta, lo toccò, e disse: «Àlzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te». Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio. Lassù entrò in una spelonca, e vi passò la notte. E gli fu rivolta la parola del Signore, in questi termini: «Che fai qui, Elia?» Egli rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, per il Dio degli eserciti, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita». Dio gli disse: «Va’ fuori e fermati sul monte, davanti al Signore». E il Signore passò. Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto; ma il Signore non era nel terremoto. E, dopo il terremoto, un fuoco; ma il Signore non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un suono dolce e sommesso. Quando Elia lo udì, si coprì la faccia con il mantello, andò fuori, e si fermò all'ingresso della spelonca; e una voce giunse fino a lui, e disse: «Che fai qui, Elia?».

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, nel brano biblico di oggi troviamo un profeta che fugge. Fugge per salvarsi la vita. Israele si è rivolto ad altri dèi, in particolare a Baal e Astarte i cui profeti sono tutti morti a causa di Elia. Così Elia dà le motivazioni di ciò che è accaduto rispondendo alla domanda di Dio «Che fa qui, Elia?»«Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita».

     Elia non solo scappa dalla morte, ma scappa anche da Dio, scappa dalla vocazione profetica che Dio gli ha affidata, scappa dalla sua missione. Si rende conto che il suo fuggire rende vuota la sua esistenza e, paradossalmente, chiede al Signore di morire: «Basta, Signore, prendi la mia vita».

     Chiedere di morire, per il profeta, significa: “lasciami stare”, non mi reputo più adatto, sono incapace. E certamente, mentre fugge, Elia è incapace, viene colto da una grande tristezza, da una depressione che gli fa rinunciare a tutto. Lascia andare il suo servo per restare solo, solo con se stesso, rifugiandosi dentro una caverna, una grotta per ripararsi dalla notte.

Testo della predicazione: Ebrei 4, 4-16

«A proposito del settimo giorno, è detto così: «Dio si riposò il settimo giorno da tutte le sue opere»; e di nuovo nel medesimo passo: «Non entreranno nel mio riposo!». Poiché risulta che alcuni devono entrarci, e quelli ai quali la buona notizia fu prima annunziata non vi entrarono a motivo della loro disubbidienza, Dio stabilisce di nuovo un giorno - oggi - dicendo per mezzo di Davide, dopo tanto tempo, come si è detto prima: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!». Infatti, se Giosuè avesse dato loro il riposo, Dio non parlerebbe ancora d'un altro giorno. Rimane dunque un riposo sabbatico per il popolo di Dio; infatti chi entra nel riposo di Dio si riposa anche lui dalle opere proprie, come Dio si riposò dalle sue. Sforziamoci dunque di entrare in quel riposo, affinché nessuno cada seguendo lo stesso esempio di disubbidienza. Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto. Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno». 

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera agli Ebrei rivolge un lungo sermone ai suoi destinatari per incoraggiarli circa le difficoltà che vivevano nella società come credenti cristiani. Questi credenti trovavano umiliante credere in un Cristo come “uomo di dolore”, le persecuzioni che essi stessi subivano avevano provocato delusione, perché si aspettavano una salvezza che li liberasse dalle sofferenze umane.

Il predicatore però, cerca di rendere ragione dei testi biblici su cui si appoggiavano i credenti, spiegandone il senso autentico, non letterale, ma spirituale, per cui le Scritture dell’Antico Testamento diventano la prefigurazione di un nuovo Patto che Dio farà con l’umanità. Il nuovo Patto è perfetto perché non è stato compiuto con il sangue di animali, ma con il sangue di Cristo, che è la Parola vivente di Dio, Dio stesso che si offre all’umanità. Il nuovo Patto è per sempre, non servono altri olocausti, altre offerte a Dio, ma è accaduto una volta per tutte.

Testo della predicazione: Atti degli Apostoli 16,6-15

Poi attraversarono la Frigia e la regione della Galazia, perché lo Spirito Santo vietò loro di annunciare la parola in Asia; e, giunti ai confini della Misia, cercavano di andare in Bitinia; ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; e, oltrepassata la Misia, discesero a Troas. Paolo ebbe durante la notte una visione: un macedone gli stava davanti, e lo pregava dicendo: «Passa in Macedonia e soccorrici». Appena ebbe avuta quella visione, cercammo subito di partire per la Macedonia, convinti che Dio ci aveva chiamati là, ad annunciare loro il vangelo. Perciò, salpando da Troas, puntammo diritto su Samotracia, e il giorno seguente su Neapolis; di là ci recammo a Filippi, che è colonia romana e la città più importante di quella regione della Macedonia; e restammo in quella città alcuni giorni. Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera; e sedutici parlavamo alle donne là riunite. Una donna della città di Tiatiri, commerciante di porpora, di nome Lidia, che temeva Dio, ci stava ad ascoltare. Il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo. Dopo che fu battezzata con la sua famiglia, ci pregò dicendo: «Se avete giudicato ch'io sia fedele al Signore, entrate in casa mia, e alloggiatevi». E ci costrinse ad accettare.

Sermone

Care sorelle, cari fratelli,

per chi desidera annunciare l’evangelo cioè la buona notizia che da senso alla vita, percepire che c’è qualcuno che lo aspetta, che ne ha bisogno è una motivazione forte. Così è stato per noi nei decenni successivi al 1848. La missione delle chiese evangeliche in Italia era motivata dalla convinzione che oltre il ghetto valdese ci fossero persone che avevano bisogno dell’evangelo. Anche i nostri antenati avevano sognato come Paolo, un uomo, rappresentante di tutto un popolo, che diceva: “vieni a soccorrerci”.

La base di ogni evangelizzazione è la convinzione che c’è qualcuno che ha bisogno del soccorso dell’annuncio di Cristo. Paolo così parte, dall’Asia si trasferisce in Europa, in Macedonia (oggi Grecia del nord); finalmente, dopo un periodo di stasi nella missione, può ripartire, per giunta con una forte motivazione.

Ma giunto a Filippi, non si capisce immediatamente l’urgenza, l’attesa della predicazione. Dove è il popolo in attesa dell’evangelo? Per alcuni giorni Paolo e i suoi collaboratori girano per la città, vagabondano senza trovare un punto di aggancio per la loro predicazione. Non c’è nemmeno una sinagoga in città. Alla fine, di sabato (tradizionale giorno di riunione nelle sinagoghe) si dirigono fuori dalla porta della città e come in un estremo tentativo, cercano la sinagoga vicino al fiume (le sinagoghe avevano bisogno di fonti vicine per i riti di purificazione). Il macedone bisognoso della predicazione dell’evangelo rappresentava forse la comunità degli uomini ebrei di Filippi? Ma anche questa volta grande è la delusione. Lungo il fiume non c’è nessuna sinagoga. Ci sono solo delle donne probabilmente impegnate a lavorare. Il testo ci presenta una di loro, la capa, si chiama  Lidia, commerciante di porpora, una straniera (originaria di Tiatiri in Asia), simpatizzante  ebrea (il testo dice timorata di Dio). Il sogno dell’uomo macedone destinatario dell’annuncio dell’evangelo prende corpo in un gruppo di donne.

Testo della predicazione: II Pietro 1,16-19

Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». E noi l'abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo. Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori». 

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, la seconda lettera di Pietro è scritta da un credente molto preoccupato per Chiesa del Signore. Siamo nel secondo secolo e si avverte una grande stanchezza, la promessa del ritorno di Cristo si fa attendere e molti credenti hanno cominciato a sostenere che il suo ritorno non accadrà, che in fondo neppure la venuta di Cristo ha cambiato nulla nel mondo. Dunque alcuni cominciano a dire: «Dov’è la promessa della sua venuta? I nostri padri sono morti e nulla è cambiato fin dalla creazione» (3,4). Tutto è come prima, non ci sono segni che attestino la realizzazione di una promessa e neppure che qualcosa, in futuro, cambierà. Nulla è cambiato da quando il mondo è stato creato.

Affermazione che rivela una grande disillusione e soprattutto una affermazione che invita a non illudersi ancora ingannando se stessi. Cristo è morto, è risuscitato, è salito al cielo per chi, per cosa? Si domandavano alcuni. Noi siamo qui a subire un mondo violento e ostile, sopportiamo persecuzioni e soprusi, ci contrapponiamo a una morale persa nella disonestà e nella licenziosità, ma senza un riconoscimento, senza che il nostro impegno scalfisca nulla, senza che cambi qualcosa, senza che questo mondo migliori davvero. Tanto vale comportarsi come tutti gli altri, vivendo e godendosi la vita.

Testo della predicazione: Luca 7,18-22

I discepoli di Giovanni gli riferirono tutte queste cose. Ed egli, chiamati a sé due dei suoi discepoli, li mandò dal Signore a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?» Quelli si presentarono a Gesù e gli dissero: «Giovanni il battista ci ha mandati da te a chiederti: "Sei tu colui che deve venire o ne aspetteremo un altro?"» In quella stessa ora, Gesù guarì molti da malattie, da infermità e da spiriti maligni, e a molti ciechi restituì la vista. Poi rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che avete visto e udito: i ciechi ricuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il vangelo è annunziato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!». 

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, questo testo biblico di Luca ci sorprende. Giovanni il battista è lo stesso che ha battezzato Gesù nel fiume Giordano e durante il battesimo di Gesù si aprì il cielo e lo Spirito Santo scese come una colomba e una voce dal Cielo: «Tu sei mio figlio, in te mi sono compiaciuto» (Lc 3,22). Il testo biblico di oggi ci sorprende perché è lo stesso Giovanni che aveva visto i cieli aperti e sentito la voce dal cielo che ora, dalla prigione in cui si trova, invia i suoi discepoli da Gesù a domandare se è lui il Messia oppure no: «Se tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?».

Forse i segni di Gesù non erano sufficienti a credere che in lui si adempivano le promesse? Oppure le attese riguardo al Messia erano più grandi della realtà? O forse è il contrario, cioè che la speranza che Gesù il Messia porta va molto oltre le nostre aspettative, fino a non crederci?