Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Airali

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Matteo 5,13-16

Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

Sermone

Care sorelle e fratelli, originariamente sono di Trapani che è una città, insieme a Marsala, con un grande spazio dedicato alle saline che sono anche zona protetta. Chi è stato in queste città, oltre al vino di Marsala, ricorderà certamente le Saline, i mulini a vento e il vento soprattutto, molto vento, quasi tutti i giorni dell'anno.

Pensate che perfino la Circolare della chiesa di Trapani e Marsala si chiamava "La Salina", proprio per sottolineare la caratteristica che unisce le due città: il sale.

Bianche, cristalline, luminose, le saline diventano uno spettacolo quando da luglio a settembre il sale è disposto in tanti piccoli mucchi: i raggi del sole formano dei riflessi ora abbaglianti e ora colorati. È magnifico restare a guardare questa meraviglia della natura.

Certo, guardare non basta, il sale è utile per dare gusto ai cibi! Lo scopo delle saline non è solo quello di suscitare stupore, ma di produrre il sale necessario ai nostri fabbisogni.

Peccato! Peccato che il sale dentro la saliera perde il suo fascino, nessuno si stupisce del suo colore, della sua bellezza, della sua luce, come quando è in fase di raccolta. L'intensa luce del sole e il sale che la riflette, diventano un'unica cosa. Che meraviglia. Tutto il mondo ha bisogno del sale. Come tutti abbiamo bisogno della luce.

Anche Gesù lega indissolubilmente l'utilità del sale a quella della luce. Essi hanno in comune il fatto che se diventano povere della loro essenza, diventano inutili. Se il sale è insipido perde la sua funzione e se la cera di una candela finisce non darà più luce.

Ma cosa voleva dire Gesù con le parole: «Voi siete il sale della terra»? Che significa essere il sale della terra?

Sul sale ci sono tante cose da dire: nell'antichità il sale era simbolo di 1) ricchezza - 2) sapienza - 3) sacralità.

Testo della predicazione: Luca 5,1-11

Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla.
Com’ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le reti per pescare». Simone gli rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le reti si rompevano. Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca, di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutt’e due le barche, tanto che affondavano. Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Perché spavento aveva colto lui, e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, e così pure Giacomo e Giovanni, fi gli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l'evangelista Luca riferisce che Gesù si trovava davanti ad una tale folla di gente che ha dovuto salire su una barca e allontanarsi dalla riva, perché la calca di gente avesse più spazio. Alla fine del suo insegnamento rivolto a tutti, Gesù domanda a Simone di prendere il largo e di gettare le reti.

È singolare questa richiesta proprio al termine della sua predicazione, ma l’ordine di Gesù “prendi il largo e getta le reti” è legato alla sua predicazione, perché Gesù non ci chiama semplicemente all'ascolto, ma anche all'ubbidienza che qui si esplica in un servizio che produce frutti abbondanti. La Parola di Gesù non è soltanto bella da ascoltare, non è soltanto consolante e incoraggiante, ma è anche esigente.

Simone, è colui che ascolta, concorda con la predicazione di Gesù… e poi? Poi è chiamato a ubbidire: «Prendi il largo e getta le reti».

La richiesta è davvero strana perché Simone e i suoi compagni avevano già lavato le riti, avevano concluso il loro lavoro dopo una notte di lavoro in cui non avevano preso nulla. Simone ricorda a Gesù questo particolare, che si era affaticato inutilmente per tutta la notte. In quel lago non c’era pesce in quel momento. Ma pure, all’ordine di Gesù, Simone non esita e prende il largo gettando le reti. Credo sia importante sottolineare che la gran quantità di pesci pescati (quasi le barche affondavano) indica il frutto che portano coloro che non solo ascoltano la voce del Signore, ma la mettono in pratica.

Tuttavia, noi non abbiamo un alto concetto circa l’ubbidienza; la viviamo come un sacrificio: ubbidire ai genitori, per i figli, è spesso una sofferenza, così come ubbidire al proprio capo o al datore di lavoro: allora ci rifiutiamo di considerare il fatto che il Signore ci possa obbligare a fare qualcosa.

Testo della predicazione: Isaia 6,1-13

Nell'anno della morte del re Uzzia, vidi il Signore seduto sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi del suo mantello riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno dei quali aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava. L'uno gridava all'altro e diceva: «Santo, santo, santo è il Signore dell'universo! Tutta la terra è piena della sua gloria!» Le porte furono scosse fin dalle loro fondamenta e la casa fu piena di fumo. Allora io dissi: «Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il Signore dell'universo!» Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall'altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: «Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato».Poi udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò? E chi andrà per noi?» Allora io risposi: «Eccomi, manda me!» Ed egli disse: «Va', e di' a questo popolo: “Ascoltate, sì, ma senza capire; guardate, sì, ma senza discernere!” Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi, in modo che non veda con i suoi occhi, non oda con i suoi orecchi, non intenda con il cuore, non si converta e non sia guarito!» E io dissi: «Fino a quando, Signore?» Egli rispose: «Finché le città siano devastate, senza abitanti, non vi sia più nessuno nelle case, e il paese sia ridotto in desolazione; finché il Signore abbia allontanato gli uomini, e la solitudine sia grande in mezzo al paese. Se vi rimane ancora un decimo della popolazione, esso a sua volta sarà distrutto; ma, come al terebinto e alla quercia, quando sono abbattuti, rimane il ceppo, così rimarrà al popolo, come ceppo, una discendenza santa».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la visione del profeta Isaia è una sorta di introduzione alla sua vocazione di profeta; dà legittimità e forza alla sua predicazione. È sottolineato che Dio stesso invia il profeta ad annunciare la Parola di Dio; la visione che abbiamo ascoltato dà al messaggio del profeta una grande autorità perché mette in rilievo il fatto che non si tratta di una parola umana, ma di ciò che Dio ha detto.

Dio è presentato come Colui che riempie il mondo con la sua gloria e la sua presenza: questo stanno ad indicare i lembi del manto di Dio che riempiono il tempio dove Isaia prega. Dio è sperimentato in questa forma possente, e tuttavia Egli rimane indescrivibile, incomprensibile nella sua totalità, imprendibile.

Dio sta sopra tutti e sopra ogni cosa, a Dio è diretto il canto dei Serafini: «Santo, santo, santo è il Signore, Dio dell’universo, tutta la terra è piena della sua gloria»; questo canto mette in evidenza tutta la pochezza e la parzialità dell’essere umano. Perfino gli angeli sono costretti a coprirsi il corpo perché anche loro partecipano alla natura di creature; se così è per gli angeli, come sarà per gli esseri umani?

Questa scena rivela che la santità di Dio è possibile comprenderla solo nella misura in cui noi comprendiamo la nostra condizione umana, la nostra caducità, la nostra debolezza; nella misura in cui riconosciamo il nostro peccato allora comprendiamo la santità di Dio.

Testo della predicazione: Matteo 11,25-30

In quel tempo Gesù prese a dire: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero».

Sermone

     Cari fratelli e care sorelle, il brano alla nostra attenzione è un vero e proprio inno di riconoscenza dedicato all’o­pera che Dio compie nei confronti dell’umanità.

     Tutto parte da una spontanea esternazione di Gesù che prende in considerazione la realtà del suo messaggio per il mondo.

     Chi riceve il messaggio di Dio? Chi ha compreso veramente la natura di Gesù e la sua missione? In questo inno il mondo viene diviso in due parti: da una parte vi sono i sapienti e gli intelligenti e, dall’altra, i bambini che non sono ancora sapienti, e non hanno ancora sviluppato le loro doti intellettive al meglio.

     Però è strano che la rivelazione di Dio non sia capita dai sapienti, da chi per primo dovreb­be intuire e comprendere meglio un messaggio, un ideale, un pensiero pro­fondo. No! La rivelazione di Dio non passa attraverso i canali ufficiali, o attraverso chi è capace di capire e di trasmettere filosofie antiche e nuove; qui i saggi e gli intelligenti diventano come un muro di gomma, dove la Parola di Dio rimbalza, non è assorbita, accolta, perché troppo diversa, non rispetta quei criteri minimi della logica umana.

     Perciò, la predicazione di Gesù è pazzia per chi cerca di capire con le proprie forze, con la propria logica umana, con i criteri filosofici più seri e rigorosi.

     Nella Bibbia, la consapevolezza dell’opera di Dio e della sua rivelazione, sono spesso raccontati con canti, come quello di Miriam, la sorella di Mosè (Esodo 15,21ss) che canta la liberazione dalla schiavitù egiziana, quello di Anna, la madre di Samuele, che canta per la nascita del figlio (1 Sam. 2,1ss); la stessa Maria, madre di Gesù (Luca 1,46), esprime la sua gioia a Dio con il Magnificat. Anche la chiesa canta, intona inni a Dio.

Testo della predicazione: Giovanni 20,19-29

La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» E, detto questo, mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. Allora Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi». Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti». Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò». Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e vedi le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, nei racconti degli evangelisti emerge, in modo determinante, la necessità di testimoniare al mondo, che l’annuncio del Cristo risorto non è stato una mera allucinazione dei discepoli, ma una realtà. I Vangeli vogliono testimoniare che i discepoli non sono stati dei visionari che hanno visto quello che volevano vedere, cioè il loro maestro “vivo e vegeto” dopo la morte, ma che hanno vissuto un’esperienza che li ha sorpassati, una realtà più grande della loro e della loro stessa immaginazione.

I Vangeli sottolineano che l’uscio era serrato per bene, e Luca, in particolare, spiega che i discepoli furono presi da una gran paura, tal­ché Gesù disse: «non abbiate paura, sono io». Ma il momento della visita di Gesù ai discepoli non sta a significare che tutto è tornato come prima, e che il momento della morte del maestro è stato un incidente di percorso a cui, adesso, Dio ha posto rimedio.

     «Pace a voi» dice Gesù, entrando nella stanza dove i discepoli si riunivano. Non è un semplice saluto, ma è una rivelazione. Spesso nell’Antico Testamento viene pronunciata una formula rivelato­ria simile, per esempio quando Gedeone (Giudici 6,23) è intimorito alla vista dell’angelo del Signore il quale gli dice appunto: «pace a te, non temere». Anche Daniele (Dan. 10,19), atterrito dall’apparizio­ne dell’angelo è rassicurato con le parole: «Pace a te».

Testo della predicazione: Giovanni 12,20-26

«Tra quelli che salivano alla festa per adorare c'erano alcuni Greci. Questi dunque, avvicinatisi a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, gli fecero questa richiesta: «Signore, vorremmo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea; e Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro, dicendo: «L'ora è venuta, che il Figlio dell'uomo dev'essere glorificato. In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l'onorerà».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, Gesù pronuncia queste parole nella consapevolezza di ciò che lo attende, la sua morte in croce. Cerca di rivelarlo ai suoi discepoli e qui ricorre all’immagine del seme, un seme che è secco, senza vita, è morto quando lo si sotterra, ma poi produce il suo frutto, un frutto abbondante.

Gesù vuole rendere attenti i suoi interlocutori sul fatto che la sua morte è necessaria perché essi vivano, perché l’umanità viva di una vita vera. Gesù annuncia la vita per tutti attraverso un gesto gratuito con il quale si fa dono di sé, un gesto sul quale sembra prevalere solo la morte e la distruzione di un corpo, mentre esso tornerà a vivere per dare speranza a tutto il mondo.

Il granello di frumento, in sé, è qualcosa di insignificante, fintanto che resta lì, solo, fintanto che non viene seppellito, dentro la terra; ed ecco che, così com’è, secco, senza vita, a contatto con la terra, porta frutto: nel portare frutto c’è sempre una relazione con l’altro, con l’altra persona, è la relazione che fa rivivere, che rende vivo anche ciò che era morto. È la nostra relazione con Dio e con il prossimo che ci rende vivi davvero.

Questa è la vita per Gesù, una vita nella quale condividiamo con l’altro/a la nostra esistenza, una vita nella quale ci può essere dialogo, comunicazione, confronto, incontro.

È tutto questo che Gesù vuole spiegare ai suoi discepoli, perché è su questa relazione con Dio e il prossimo che è possibile credere, essere cristiani autentici. Questo è il maestro che incontra i suoi discepoli, questo è il Gesù che incontra noi, il Cristo che vuole incontrare il mondo.

Nell’incontro si esprime tutto il proprio amore, il proprio donarsi all’altro/a; la vita è tale perché è portatrice di frutti, frutti che portano speranza, frutti che portano fiducia, comprensione reciproca, rispetto, diritti, solidarietà, libertà.

Si tratta di servizio vicendevole!

Testo della predicazione: Matteo 17,1-9

«Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce. E apparvero loro Mosè ed Elia che stavano conversando con lui. E Pietro prese a dire a Gesù: «Signore, è bene che stiamo qui; se vuoi, farò qui tre tende; una per te, una per Mosè e una per Elia». Mentre egli parlava ancora, una nuvola luminosa li coprì con la sua ombra, ed ecco una voce dalla nuvola che diceva: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo». I discepoli, udito ciò, caddero con la faccia a terra e furono presi da gran timore. Ma Gesù, avvicinatosi, li toccò e disse: «Alzatevi, non temete». Ed essi, alzati gli occhi, non videro nessuno, se non Gesù tutto solo. Poi, mentre scendevano dal monte, Gesù diede loro quest’ordine: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo sia risuscitato dai morti».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il racconto di oggi, narra di Gesù che sale su un alto monte con i suoi discepoli per stare in disparte. Là accade un evento straordinario che il nostro brano chiama trasfigurazione. Improvvisamente il volto di Gesù diventa luminoso come il sole e le sue vesti candide come luce. Si tratta di una immagine ricorrente nella letteratura apocalittica per raffigurare la divinità del Messia, del Figlio di Dio che viene a liberare il popolo dei credenti assoggettato alla dominazione, al male. 

     Con Gesù appaiono Mosé ed Elia che conversano tra loro. Cosa rappresentano i personaggi della trasfigurazione? Mosè rappresenta certamente la Torah, la legge che Dio gli diede sul monte Sinai perché il popolo l’osservasse per il suo bene, per mantenere la libertà che Dio gli aveva appena donato, libertà dalla schiavitù in Egitto. Elia rappresenta la profezia con cui Dio si rivelava e parlava a Israele. Torah e profezia: i due modi in cui Dio si è rivelato nell’Antico Testamento, i due modi della Parola di Dio; qui è contenuta tutta la rivelazione di Dio fino a Gesù, il Cristo, il Messia che ancora deve essere rivelato pienamente nella sua risurrezione, non ancora avvenuta, ma che la trasfigurazione rivela, la anticipa.

     Ecco, in Gesù, la rivelazione di Dio assume la sua completezza, la sua pienezza, Gesù è il compimento di tutta la legge e di tutte le profezie.

     Questo messaggio accade su un alto monte, che rappresenta il Sinai, il luogo dell’incontro con Dio.

Qui accade la nuova manifestazione di Dio: in Cristo, Dio è presente, è visibile, è concretamente vicino, tanto che Pietro afferma: «Che bello stare qui! Montiamo delle tende e ci fermiamo qui». Il malinteso è sempre in agguato, l’incomprensione e l’equivoco sono pronti a deviare la nostra attenzione da ciò che è importante, dal messaggio che ci è annunziato.

     Ed è proprio di fronte al malinteso, mentre Pietro parla, che Dio giunge con la sua presenza: una nuvola luminosa giunge e avvolge i tre, li nasconde dentro la sua luce; il testo dice che li compre con la sua ombra, ovvero la sua opacità luminosa. È dalla nuvola che Dio parla e ripete le parole che si odono nel battesimo di Gesù «Questo è il mio amato figlio nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».

Testo della predicazione: Luca 2,41-52

«I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando giunse all’età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l’usanza della festa; passati i giorni della festa, mentre tornavano, il bambino Gesù rimase in Gerusalemme all’insaputa dei genitori; i quali, pensando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; e, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme cercandolo. Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; e tutti quelli che l’udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte. Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?» Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro. Poi discese con loro, andò a Nazaret, e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, è un brano biblico molto conosciuto quello alla nostra attenzione. Gesù dodicenne, discute di teologia con i dottori della legge i quali sono meravigliati per la sua intelligenza e saggezza. 

L’evangelista Luca inserisce questo racconto all’interno di un progetto importante di comunicazione perché intende mettere a tacere coloro che accusavano Gesù di eresia o, addirittura, di collocarsi fuori dall’ebraismo.

Luca sottolinea che Gesù è cresciuto all’interno della vita morale e rituale del giudaismo, è un israelita in piena regola i cui luoghi di formazione sono stati il Tempio, la sinagoga e la casa. Gesù non è vissuto, cioè, in un mondo tutto suo nel deserto, ma all’interno di una comunità nella quale ha condiviso la sua umanità. Gesù si configura cioè all’interno della fede, non fuori di essa, una fede che è vera se condivisa.

Testo della predicazione: Luca 2,25-32

Vi era in Gerusalemme un uomo di nome Simeone; quest’uomo era giusto e timorato di Dio, e aspettava la consolazione d’Israele; lo Spirito Santo era sopra di lui; e gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore. Egli, mosso dallo Spirito, andò nel tempio; e, come i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere a suo riguardo le prescrizioni della legge, lo prese in braccio, e benedisse Dio, dicendo:«Ora, o mio Signore, tu lasci andare in pace il tuo servo, secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, che hai preparata dinanzi a tutti i popoli per essere luce da illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo davanti a noi uno dei brani più commoventi della Scrittura: Simeone, una persona molto anziana e ormai vicina alla morte, è in attesa, in attesa di “vedere” con i propri occhi colui che sarà finalmente “la consolazione d’Israele”, il Messia.

Lo Spirito Santo guida il vecchio Simeone proprio quando Giuseppe e Maria conducono il loro figlio, Gesù, ad essere presentato a Dio nel tempio di Gerusalemme. È qui che avviene l’incontro: un vecchio in attesa, vede giungere a compimento ciò per cui vive.

Per Simeone, incontrare Colui che sarà la luce di tutte le genti e gloria d’Israele, significa potersi finalmente congedare da una realtà umana lontana da Dio, ribelle e, allo stesso tempo, vittima della paura, sgomenta circa il suo futuro e in preda all’inquietudine angosciante sulla propria salvezza.

Un vecchio prende in braccio un bimbo di sei settimane e proclama che quel bimbo sarà lo strumento di salvezza di Dio: «luce delle genti», per tutti i popoli, giudei e pagani.

Questa proclamazione è davvero importante perché vengono abbattuti tutti i muri di divisione fra ebrei e pagani, sono abbattuti quei paletti di recinzione che restringevano il campo d’azione di Dio al solo popolo d’Israele. Ora questa azione di Dio riempie tutta la terra, il disegno di Dio si realizza, come anche le antiche profezie, come quella del profeta Isaia che afferma: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe… voglio fare di te luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra» (Is. 49,6).

Il vecchio Simeone rende una testimonianza al Gesù, il Messia, annuncia una profezia che è predicazione non soltanto sul senso della venuta del Cristo nel mondo, ma innanzitutto sul senso che il Cristo, che illumina la mente e il cuore con la sua luce, potrà avere per ciascun essere umano. Gesù è quella luce che illumina il mondo e permette all’umanità di cambiare il suo destino.