Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

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Airali

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Geremia 32,6-15

Geremia disse: «La parola del Signore mi è stata rivolta in questi termini: "Ecco, Canameel, figlio di Sallum, tuo zio, viene da te per dirti: 'Còmprati il mio campo che è ad Anatot, poiché tu hai il diritto di riscatto per comprarlo'"». E Canameel, figlio di mio zio, venne da me, secondo la parola del Signore, nel cortile della prigione, e mi disse: «Ti prego, compra il mio campo che è ad Anatot, nel territorio di Beniamino; poiché tu hai il diritto di successione e il diritto di riscatto, compratelo!» Allora riconobbi che questa era parola del Signore. Io comprai da Canameel, figlio di mio zio, il campo che era ad Anatot, e gli pesai il denaro, diciassette sicli d'argento. Scrissi tutto questo in un documento, lo sigillai, chiamai i testimoni, e pesai il denaro nella bilancia. Poi presi l'atto d'acquisto, quello sigillato contenente i termini e le condizioni, e quello aperto, e consegnai l'atto di acquisto a Baruc, in presenza di mio cugino Canameel, in presenza dei testimoni che avevano sottoscritto l'atto d'acquisto, e in presenza di tutti i Giudei che sedevano nel cortile della prigione. Poi, davanti a loro, diedi quest'ordine a Baruc: «Così parla il Signore dell'universo e Dio d'Israele: "Prendi questi atti, l'atto d'acquisto, sia quello sigillato, sia quello aperto, e mettili in un vaso di terra, perché si conservino a lungo". Infatti, così parla il Signore dell'universo, Dio d'Israele: "Si compreranno ancora case, campi e vigne, in questo paese"».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questo brano tratta della compravendita di un terreno eseguita con tutte le norme e le procedure della legislazione giudaica. Ciò che sorprende in questa compravendita è che essa si situa alla vigilia di una catastrofe inevitabile, quella della deportazione in Babilonia del 587 a.C.

Infatti, Gerusalemme era ormai assediata dall’esercito del re Nabucodonosor e la città si sentiva ormai prossima all’occupazione e alla disfatta.

In questa situazione non ha alcun senso acquistare un terreno perché tutto è perduto, la compera non servirà a niente perché Israele lascerà quella terra, forse per sempre; ma il senso del gesto del profeta sta proprio nell’assurdità dell’acquisto.

Il profeta Geremia compie un atto profetico e ne dà una grande rilevanza. Non si tratta di parole e neppure di un atto simbolico, ma di un atto concreto, reale, giuridico che porta con sé tutto il futuro che Geremia vuole annunciare, un futuro che sta già anticipando con l’acquisto del terreno.

Questo atto impegna il profeta non solo economicamente, ma nella fede e nella speranza: il vaso di terracotta in cui il contratto sarà conservato è un pegno che Dio sancisce; ciò significa che il contratto non sarà logorato dal tempo perché ben conservato (la carta era fatta da semplici papiri che avevano breve durata) e neppure annientato dalla distruzione imminente di Gerusalemme.

Lunedì, 12 Marzo 2018 22:51

Sermone di domenica 11 marzo 2018

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Testo della predicazione: Filippesi 1,15-21

Vero è che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo; ma quelli annunziano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene. Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunziato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora; so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l'assistenza dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la lettera ai Filippesi è scritta dalla prigionia, l’apostolo Paolo è stato arrestato e incarcerato a Efeso perché predicava l’Evangelo di Gesù Cristo. E ora, egli scrive questa lettera per rassicurare la comunità di Filippi che lui stesso aveva fondato con la sua predicazione.

È stanco della prigionia e preferirebbe non soffrire più quei patimenti ingiusti, e dice che vorrebbe «partire ed essere con Cristo». Il termine «partire» significa letterarmente “tirar via i picchetti della tenda”“togliere gli ormeggi”“emigrare”. Questo desiderava Paolo. Forse, alla tristezza del carcere bisogna aggiungere la malattia dell’apostolo Paolo, quella che egli stesso chiama “una spina nella carne” per la quale ha chiesto la guarigione al Signore, per ben tre volte, e il Signore gli ha risposto «La mia grazia ti basta!».

Ma Paolo, anche in quella situazione di estrema fragilità, riesce a capire che Dio ha un progetto quello della divulgazione dell’Evangelo. Perciò l’apostolo, pur preferendo partire, riconosce che il suo rimanere, il suo restare in vita è più importante e necessario perché l’annuncio della grazia di Dio per l’umanità è un progetto che va portato avanti e non va interrotto.

L’apostolo, pur nella situazione difficile della prigionia, riesce a mettere a confronto le sue esigenze con la necessità dell’evangelo. È una lezione di grande umiltà che ci è donata e cioè quella di saper esprimere i propri desideri, essere consapevoli delle nostre aspettative e, allo stesso tempo, saper riconoscere quello che veramente conta, quello che più è importante per noi e per gli altri. Talvolta la Parola di Cristo va in conflitto con le nostre esigenze e là noi siamo chiamati a fare delle scelte.

Eppure, a un certo punto, l’apostolo si rallegra della sua prigionia perché essa è servita al progresso dell’Evangelo, cioè al suo allargamento, alla sua promozione. Forse perché dopo un’istruttoria in cui l’apostolo ha potuto spiegare in cosa consisteva la predicazione del Vangelo, sono cadute le calunnie su di lui, o forse perché anche in prigione ha potuto annunciare l’amore di Dio.

Testo della predicazione: II Corinzi 6,1-10

Come collaboratori di Dio, vi esortiamo a non ricevere la grazia di Dio invano; poiché egli dice: «Ti ho esaudito nel tempo favorevole, e ti ho soccorso nel giorno della salvezza». Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza! Noi non diamo nessun motivo di scandalo affinché il nostro servizio non sia biasimato; ma in ogni cosa raccomandiamo noi stessi come servitori di Dio, con grande costanza nelle afflizioni, nelle necessità, nelle angustie, nelle percosse, nelle prigionie, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, con conoscenza, con pazienza, con bontà, con lo Spirito Santo, con amore sincero; con un parlare veritiero, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nell'umiliazione, nella buona e nella cattiva fama; considerati come impostori, eppure veritieri; come sconosciuti, eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci viventi; come puniti, eppure non messi a morte; come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa!

Sermone

Cari fratelli e sorelle, in questa lettera, l’apostolo Paolo si rivela apertamente, descrivendo le esperienze di oltre venti anni di servizio in diverse città: Damasco, Antiochia, Filippi, Atene, Corinto, Efeso, ecc… L’apostolo ha visto gloria e umiliazione, vita e morte; una visione di angeli che lo rinvigorisce e una spina nella carne che lo abbatte; grande tenerezza, ma anche grande severità; un dolore smisurato, ma consolazioni immense: ecco alcune delle contraddizioni che si conciliano nello stesso uomo.

Nei capitoli precedenti, l’apostolo ricorda che il Signore ha messo il suo tesoro in noi, in noi che siamo fragili e di scarso valore, come vasi di terra (4,7); ricorda che le sofferenze sono solo momentanee e che, finché siamo in questo mondo, siamo chiamati a vivere coerentemente con al nostra fede esprimendo la nostra testimonianza, come se l’amore di Cristo ci costringesse a farlo (5,14); che ogni credente è una nuova creatura (5,17), incaricato del servizio della “Riconciliazione”, con il quale esercitiamo la funzione di Collaboratori di Dio (5,18). 

Ecco, anche qui, nel nostro brano, Paolo si sofferma sulla grazia di Dio che rende i credenti collaboratori del Signore, siamo resi collaboratori di Dio nel manifestare al mondo il suo amore, la sua giustizia, la riconciliazione, la guarigione, l’accoglienza.

L’apostolo, dunque, invita con forza a non rendere vana la grazia di Dio.

Ma come può la grazia di Dio diventare vana?

Non è forse per tutti?

Non è forse gratuita?

Non raggiunge essa uomini e donne, malati e sani, peccatori e giusti? Come può diventare vana?

Testo della predicazione: 1 Corinzi 2,6-16

Fratelli, a quelli tra di voi che sono maturi esponiamo una sapienza, però non una sapienza di questo mondo né dei dominatori di questo mondo, i quali stanno per essere annientati; ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria e che nessuno dei dominatori di questo mondo ha conosciuta; perché, se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma com'è scritto: «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell'uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano». A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali. Ma l'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente. L'uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa ed egli stesso non è giudicato da nessuno. Infatti «chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo istruire?» Ora noi abbiamo la mente di Cristo».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, parlare di Spirito, secondo l'apostolo Paolo, vuol dire parlare di spiritualità. Mi sono domandato cosa significa, nella nostra comprensione comune, la parola "spiritualità". Certamente, molti di noi la intendono come una forma di "entusiasmo", per la chiesa, per il Signore; la spiritualità la vediamo in una persona della chiesa che lavora con entusiasmo; oppure la vediamo in una persona che parla della propria fede, che si dedica con convinzione all'evangelizzazione o alle varie attività della chiesa. Diciamo, con un linguaggio che non è nostro, che si tratta di persone “spirituali”, mentre nel nostro linguaggio diremmo persone "attive nella chiesa".

Quando l’apostolo Paolo collega strettamente la spiritualità dei credenti allo Spirito Santo, lo fa trattando il tema della Sapienza.

Ci può apparire strano, ma l'apostolo intavola un discorso con quella parte di comunità filo-gnostica, cioè di quella corrente che fondava la propria fede su quella sapienza e conoscenza che Dio avrebbe riservato solo a pochi eletti, i "perfetti", gli altri erano spregevolmente chiamati "psichici" cioè materiali, di second'ordine insomma.

Sembra che fra questi di second'ordine, cioè materiali, poco inclini alla comprensione della sapienza di Dio, fosse annoverato anche l'apostolo Paolo che, così, deve difendersi dell'accusa di non aver ricevuto da Dio nessuna rivelazione spirituale.

L'apostolo risponde dicendo che, se finora non ha parlato tanto profondamente della sapienza di Dio è perché i Corinzi non erano in grado di capire i suoi discorsi. Dunque, Paolo passa ad affermare che Dio rivela se stesso, sì agli esseri umani, ma lo fa attraverso l'azione dello Spirito Santo.

Testo della predicazione: Esodo 13,20-22

Gli Israeliti, partiti da Succot, si accamparono a Etam, all'estremità del deserto. Il Signore andava davanti a loro: di giorno, in una colonna di nuvola per guidarli lungo il cammino; di notte, in una colonna di fuoco per illuminarli, perché potessero camminare giorno e notte. Egli non allontanava la colonna di nuvola durante il giorno, né la colonna di fuoco durante la notte, dal cospetto del popolo.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, questo racconto ci riporta all’epoca in cui Israele è stato appena lasciato libero di andarsene dall’Egitto. Le dieci piaghe d’Egitto hanno piegato il faraone che si sente ora costretto a liberare un popolo che teneva in schiavitù per costruire i suoi palazzi e le sue città.

Israele marcia verso una terra ignota, ha un lungo cammino da percorrere; la Bibbia ci parla di 40 anni di viaggio attraverso il deserto; certo, 40 è un numero simbolico che rappresenta la preparazione del popolo alla salvezza di Dio, ma non saranno stati certo 40 giorni.

Questo popolo dovrà affrontare pericoli di ogni sorta, prima di raggiungere la Terra promessa; e il primo pericolo è in agguato, accadrà a breve distanza da questa partenza, infatti il Faraone si mostra poco convinto di aver lasciando liberi i suoi schiavi e armerà un esercito di 600 carri da guerra per inseguirli e raggiungerli per farli tornare indietro o per farli morire.

Non si presenta dunque un futuro sereno per il popolo che pure ha trascorso 400 anni di dura schiavitù: cosa ci poteva essere di più duro da sopportare? Ci poteva essere il pericolo di popoli nomadi nel deserto, ostili e aggressivi, sete per la scarsità di acqua, fame per la scarsità di cibo.

Non solo, ma anche forze interne al popolo della discendenza di Abramo, persone contrarie che si sono sentite costrette a lasciare l’Egitto, e che indurranno il popolo a rinnegare il Dio liberatore, che non si lasciava vedere fisicamente, a favore di un idolo costruito da loro, un vitello d’oro.

Israele non conosce ancora tutte le difficoltà che dovrà attraversare, i pericoli, le prove, la sete, la fame. Ora vive la gioia della partenza dalla terra che l’ha reso schiavo, ma c’è anche l’ansia per il domani; l’ansia che tutti i cambiamenti e le nuove strade da percorrere portano.

Testo della predicazione: Isaia 63,15-16; 64,1-3

Guarda dal cielo, e osserva, dalla tua abitazione santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti? Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni non si fanno più sentire verso di me. Tuttavia, tu sei nostro padre; poiché Abraamo non sa chi siamo e Israele non ci riconosce. Tu, Signore, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro. Oh, squarciassi tu i cieli e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti. Come il fuoco accende i rami secchi, come il fuoco fa bollire l'acqua, tu faresti conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e le nazioni tremerebbero davanti a te. Quando facesti le cose tremende che noi non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi davanti a te.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, i capitoli 63 e 64 del libro del profeta Isaia contengono un lamento, una intensa preghiera dovuta a una grande disperazione che il popolo viveva. È un periodo storico in cui Israele ha una forte crisi di identità spirituale e sociale, gravi difficoltà lo tormentano, ed egli attribuisce quelle battute d’arresto all’indifferenza di Dio.

Il profeta cerca di contribuire a sanare il rapporto fra Dio e Israele che è pericolosamente rovinato. Così, il profeta prega Dio a favore del popolo e, allo stesso tempo, confessa il suo peccato.

In questi capitoli del libro del profeta Isaia vi sono riportate le opere che Dio ha fatto a favore del suo popolo; egli ricorda la sua bontà e la sua misericordia quando nessuno le meritava; ricorda le opere di liberazione che il Signore compì attraverso Mosè, liberando il popolo dalla schiavitù dell’Egitto.

Quando il profeta scrive, Israele è tornato nella terra promessa dopo 50 anni di esilio in Babilonia, siamo attorno al 520 a.C. La gioia del ritorno deve però fare i conti con la devastazione delle terre, la distruzione del tempio e delle case. Tutta la terra è una rovina e uno squallore indicibili, proprio come l’anima di questi deportati che, tornando in patria, non trovano più nulla, ma tutto da ricostruire senza mezzi per farlo.

Testo della predicazione: II Samuele 13,1-22

Absalom, figlio di Davide, aveva una sorella di nome Tamar, che era bella; e Amnon se ne innamorò. Egli si appassionò a tal punto per Tamar da diventarne malato. Amnon aveva un amico, di nome Ionadab, un uomo molto accorto. Questi gli disse: «Come mai tu, figlio del re, sei ogni giorno più deperito? Non me lo vuoi dire?» Amnon gli rispose: «Sono innamorato di Tamar, sorella di mio fratello Absalom». Ionadab gli disse: «Mettiti a letto e fingiti malato. Quando tuo padre verrà a vederti digli: "Fa', ti prego, che mia sorella Tamar venga a darmi da mangiare e a preparare il cibo in mia presenza perché io lo veda e mangi quel che mi darà"». Amnon dunque si mise a letto e si finse ammalato; e quando il re lo venne a vedere, Amnon gli disse: «Fa' che mia sorella Tamar venga e prepari delle frittelle, così le mangerò». Davide lo mandò a dire a Tamar che andò da Amnon che era a letto; gli preparò delle frittelle e gliele servì. Ma mentre gliele porgeva egli l'afferrò e le disse: «Vieni a unirti a me, sorella mia». Lei gli rispose: «No, fratello mio, non farmi violenza, parlane piuttosto al re, egli non ti rifiuterà il permesso di sposarmi». Ma egli non volle darle ascolto e la violentò. Poi Amnon ebbe verso di lei un odio fortissimo, maggiore dell'amore di cui l'aveva amata prima. Le disse: «Àlzati, vattene!» Lei gli rispose: «Non mi fare, cacciandomi, un torto maggiore di quello che mi hai già fatto». Ma egli non volle darle ascolto. Anzi, chiamato il servo che lo assisteva, gli disse: «Caccia via da me costei e chiudile dietro la porta!» Lei portava una tunica con le maniche, perché le figlie del re portavano simili vesti finché erano vergini. Il servo di Amnon dunque la mise fuori e le chiuse la porta dietro. E Tamar si sparse della cenere sulla testa, si stracciò di dosso la tunica con le maniche e mettendosi la mano sul capo, se ne andò gridando. Absalom, suo fratello, le disse: «Forse che Amnon, tuo fratello, è stato con te? Per ora taci, sorella mia; egli è tuo fratello; non tormentarti per questo». Tamar, desolata, rimase in casa di Absalom, suo fratello. Il re Davide udì tutte queste cose e si adirò molto. Absalom non disse una parola ad Amnon né in bene né in male; perché odiava Amnon per la violenza che aveva fatta a Tamar, sua sorella.

Predicazione in forma narrativa

Tamar, la principessa violata

di Lidia Maggi

Tratto da: Le donne di Dio (Claudiana) cap. 29.

 

È una storia come tante altre, quella di Tamar.

Una vicenda co­mune a molte vittime innocenti, vite segnate per sempre dallo stu­pro e dal disprezzo.

Gli abusi domestici sono tra le violenze più terribili, perché av­vengono proprio nei contesti dove i più deboli dovrebbero essere tutelati, protetti e amati. Abusare di un familiare significa tradire un rapporto intimo di fiducia, approfittare della vulnerabilità del­la persona per i propri fini malvagi e scardinare per sempre la sti­ma necessaria per affrontare la vita.

Piccola principessa violata, sapevi che non sarebbe bastato il tuo status regale a proteggerti? Sapevi che il pericolo più grande, il nemico da temere, non veniva dall'esterno ma abitava con te, aveva il tuo stesso sangue, era parte della tua stessa genealogia?

Testo della predicazione: Marco 4,26-29

Diceva ancora: «Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme nel terreno, e dorma e si alzi, la notte e il giorno; il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come. La terra da sé stessa dà il suo frutto: prima l'erba, poi la spiga, poi nella spiga il grano ben formato. Quando il frutto è maturo, subito il mietitore vi mette la falce perché l'ora della mietitura è venuta».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la parabola del seminatore e del seme che cresce da sé, ci insegna che la promessa del Regno di Dio non dipende dalle nostre capacità di realizzarla, ma dalla volontà di Dio.

Quando preghiamo dicendo “Venga il tuo Regno”, sottoloneamo proprio questo, che il cambiamento radicale del mondo non è nelle nostre mani, ma in quelle di Dio.

Tuttavia, noi non siamo esenti dall’annunciare questo Regno di pace, di giustizia, di speranza per un futuro migliore.

Sempre, nella Bibbia, le promesse di Dio si adempio non per le capacità umane, ma per l’intervento diretto di Dio. Abramo era già vecchio e Sara era, oltre a ciò, anche sterile. I loro tentativi di permettere che la promessa di Dio si realizzi sono inutili: avere un figlio dalla serva Agar. No, la promessa accade anche se non ci credi, e Sara e Abramo ridono increduli davanti all’annuncio di un figlio che nascerà e si chiamerà Isacco “risata” appunto, per sottolineare il fatto che la promessa di Dio va avanti, oltre le nostre aspettative umane.

La parabola alla nostra attenzione ci spiega che noi siamo chiamati a seminare, ad annunciare il futuro di Dio, nel quale egli stesso regnerà, un futuro senza violenze, senza guerre, senza sofferenze e morti sotto i colpi di mortaio e nelle lunghe traversate del mare.

 Già in Gesù, Dio non ha voluto essere che un Seminatore. Ha accettato, cioè, i limiti e i rischi che sono caratteristici della condizione umana. Dio ha accettato che la sua Parola fosse sottoposta alle limitazioni in cui s'imbattono tutte le parole umane. In un’altra parabola dello stesso tenore è riferito che Dio ha accettato che gli uccelli divorassero il seme gettato, che il sole lo inaridisse, che le spine lo soffocassero.

Testo della predicazione: Marco 2,1-12

Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola. E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati». Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?» Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"?  Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua». Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».

Sermone

Care sorelle e fratelli, quando si sparge la voce che Gesù è in casa, allora le folle si presentano. Vogliono ascoltare cosa ha da dire di interessante, ne avevano solo sentito parlare, ma altri avevano sentito dire che Gesù non parla soltanto, come tanti ciarlatani, ma mette in pratica quello che dice. E di cosa parlava Gesù? Di amore, di pace, di perdono, di giustizia e poi di guarigione del corpo e dell’anima.

Quella degli amici del paralitico non è soltanto curiosità, ma è fede, secondo Gesù, e d’altra parte è anche vero che se fosse stata solo curiosità, non avrebbero portato il loro amico fin là, da Gesù, facendolo illudere circa la sua guarigione, quando poi non sarebbe successo nulla. Potevano certo essere delle persone semplici, ma la loro azione, la loro fatica, la loro determinatezza nell’arrivare fino a Gesù, ci rivela una fede profonda in lui.

L’azione di questi amici è la prova della loro fede in Gesù, la loro intercessione, la loro preghiera per l’amico. 

In realtà, il testo biblico non ci parla della fede del paralitico, che possiamo solo intuire che ce l’abbia e che non sia portato da Gesù contro la sua volontà, ma il racconto fa emergere il fatto che la fede di questi amici, giochi un ruolo importante per la guarigione del paralitico.