Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Airali

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Efesini 5,1-8a

Siate dunque imitatori di Dio, perché siete figli da lui amati; e camminate nell’amore come anche Cristo vi ha amati e ha dato se stesso per noi in offerta e sacrificio a Dio quale profumo di odore soave.
Come si addice ai santi, né fornicazione, né impurità, né avarizia, sia neppure nominata tra di voi; né oscenità, né parole sciocche o volgari, che sono cose sconvenienti; ma piuttosto abbondi il ringraziamento. Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore o impuro o avaro (che è un idolatra) ha eredità nel regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi seduca con vani ragionamenti; infatti è per queste cose che l’ira di Dio viene sugli uomini ribelli. Non siate dunque loro compagni; perché in passato eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la lettera agli Efesini, sulla quale vogliamo riflettere oggi, si propone di affrontare il tema dell’unità della chiesa, unità che è messa in pericolo dalla diversità dei convertiti al cristianesimo: quelli provenienti dal paganesimo e quelli di origine ebraica.

L’intenzione dell’autore è chiara, la chiesa con le sue diversità spirituali, teologiche, umane, non può che essere una, unita, e questa unità deve essere chiara, evidente, deve essere mantenuta, vissuta. Perciò abbondano delle norme che diano la testimonianza di credenti autentici, di una chiesa unita nella testimonianza; per questo troviamo una serie di regole per le mogli, i mariti, i figli, i padri, i padroni, i servi ai quali è domandato di essere imitatori di Dio.

Imitatori di Dio. Un po’ forte per noi protestanti, pensare che possiamo imitare Dio eticamente o in qualche altro modo. Per l’autore però non ci sono dubbi: si può essere imitatori di Dio. In che senso? Bisogna ricorrere al versetto che precede il nostro brano per capirlo. Questo versetto (4,32) dice: «Perdonatevi a vicenda come Dio ci ha perdonati». E nel nostro brano l’autore aggiunge: «Perché siete figli da lui amati». Dunque l’amore di Dio permette il perdono e l’amore di cui siamo amati ci dà la possibilità di amare, quindi di perdonare a nostra volta.

Per l’autore biblico non ci sono scuse, non ci chiede di essere come Dio, ma ci spiega soltanto che l’amore di Dio è un fatto divino che irrompe nella nostra vita e ci rinnova. Questo significa che riceviamo una possibilità nuova che prima non avevamo, la possibilità di amare e il primo frutto dell’amore è la capacità di perdonare. Non si può amare senza perdonare e, viceversa, non si può perdonare senza amare.

Testo della predicazione: I Corinzi 13,1-13

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente. L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno. Le profezie verranno abolite; le lingue cesseranno; e la conoscenza verrà abolita; poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito. Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.
Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore.

Sermone

Cari fratelli e sorelle, l’apostolo Paolo scrive alla chiesa di Corinto segnata da divisioni interne che laceravano il tessuto comunitario; lì c’era chi credeva di dover vivere una vita perfetta fuori dal mondo astenendosi da ogni forma di contaminazione mondana, chi, invece, riteneva di possedere una libertà illimitata tanto da sentirsi autorizzato a vivere in modo licenzioso.

Insomma, gli atteggiamenti degli uni scandalizzavano gli altri e viceversa. Vi erano persone carismatiche che andavano in estasi profetando e parlando lingue incomprensibili; altri ritenevano di ricevere rivelazioni divine attraverso visioni e sogni; non mancava chi aveva il dono dell’eloquenza, di chi sapeva predicare bene, non mancavano i credenti eroici che ave­vano compiuto gesti spettacolari come la donazione dei propri beni ai poveri o chi aveva compiuto dei gesti miracolosi.

L’apostolo si rivolge a una comunità di fratelli e sorelle, ciascuno dei quali credeva che la diversità dell’altro e dell’altra li collocasse un gradino sotto, e che faceva vivere tutti all’interno di una forma esasperata di individualismo.

A chi affermava l’importanza di doversi estraniare completamente dal mondo, l’apostolo lo invitava a stare con i piedi per terra e a vivere pienamente la sua vita di credente nel mondo; a chi era affetto da furore libertario ricordava che, anche se tutto è lecito, non tutto edifica, non tutto è utile.

Testo della predicazione: I Corinzi 9,24-27

Non sapete che coloro i quali corrono nello stadio, corrono tutti, ma uno solo ottiene il premio? Correte in modo da riportarlo. Chiunque fa l’atleta è temperato in ogni cosa; e quelli lo fanno per ricevere una corona corruttibile; ma noi, per una incorruttibile. Io quindi corro così; non in modo incerto; lotto al pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi, tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato.

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, nel brano alla nostra attenzione, l’apostolo Paolo paragona la vita dei credenti a una corsa allo stadio, non nel senso che la fatica di ogni giorno ci spossa e ci rende senza forze, ma nel senso che la vita dei credenti non può svolgersi pigramente accontentandosi di aver aderito ai principi evangelici, vivere nella mediocrità dell’esistenza e affacciarsi come spettatori per vedere altri impegnati attivamente.

     Questo stile di vita dimesso, ritirato, turba l’apostolo Paolo; perché per lui, il credente non può stare a guardare dalla gradinata o da una finestra; per l’apostolo la vita del credente deve essere come quella di un atleta; “atleta” in greco di dice agonizomai da cui deriva la nostra parola agonia. Cioè l’atleta è colui che si sottopone a sforzi molto impegnativi, a volte al limite delle sue forze, e lo fa per raggiungere una meta, per perseguire uno scopo in cui crede, raggiungerlo e riceverne il premio.

     L’apostolo, dunque, rivolge un appello: invita tutti i credenti a partecipare alla vita, alla gara, e diventa esigente, rigoroso, perché incoraggia non solo a partecipare, ma a vincere. Qui è lontana l’idea del fondatore dei moderni giochi olimpici Pierre de Coubertin: «Importante è partecipare», qui l’apostolo invita a partecipare e a vincere. La vittoria è la meta dell’atleta.

     Ma c’é una differenza: mentre allo stadio tutti corrono, ma uno solo riporta il premio, nella fede tutti noi che corriamo, insieme, otteniamo il premio, tutti. Come se fosse una squadra a vincere e non una singola persona; come nella staffetta, dove i giocatori che corrono e si passano il testimone sono diversi, ma si corre insieme e chi parte non è colui che taglia il traguardo.

     Ecco, Paolo invita a non correre da soli, ma a “fare squadra”.

Testo della predicazione: Isaia 43,1-7

Così parla il Signore, il tuo Creatore, o Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele! Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!
Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, essi non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà, perché io sono il Signore, il tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore; io ho dato l’Egitto come tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo, io do degli uomini al tuo posto, e dei popoli in cambio della tua vita. Non temere, perché io sono con te; io ricondurrò la tua discendenza da oriente, e ti raccoglierò da occidente. Dirò al settentrione: «Da’!» E al mezzogiorno: «Non trattenere»; fa’ venire i miei figli da lontano e le mie figlie dalle estremità della terra:tutti quelli cioè che portano il mio nome, che io ho creati per la mia gloria, che ho formati, che ho fatti.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico del profeta Isaia che abbiamo ascoltato è in mezzo a due brani di giudizio e di condanna di Israele. Lì la relazione tra Dio e Israele appare in termini di ira e distruzione. Israele è descritto come cieco e sordo alla presenza di Dio.

Perché può succedere che in mezzo a una relazione così difficile con Dio ci possa essere un brano così rassicurante come quello che abbiamo ascoltato? Proprio perché il rapporto che Dio stabilisce con il suo popolo non poteva né doveva essere accolto con indifferenza o come l’occasione per pretendere privilegi speciali.

Quindi, una delle più dure espressioni di giudizio precede una delle più belle descrizioni dell’amore di Dio contenuta in tutta la Bibbia. Il messaggio è che la fede riconosce la presenza di Dio sia nel suo essere duro con i suoi figli, sia negli atti di liberazione che compie, perché in tutto ciò Dio è colui che esprime il suo amore.

Tutti sappiamo che l’amore può fiorire e consolidarsi quando la persona amata ricambia il sentimento. Perché l’amore non è mai una imposizione, ma una proposta, un invito alla reciprocità.

Nella Bibbia, anche le espressioni dell’ira di Dio, accompagnate sempre da affermazioni della sua fedeltà, rivelano continuamente l’impegno di Dio per un amore autentico e reciproco. All’opposto, tollerare l’arroganza umana non sarebbe affatto un gesto d’amore, ma di insensatezza.

Testo della predicazione: I Corinzi 4,1-5

«Così, ognuno ci consideri servitori di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Del resto, quel che si richiede agli amministratori è che ciascuno sia trovato fedele. A me poi pochissimo importa di essere giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, non mi giudico neppure da me stesso. Infatti non ho coscienza di alcuna colpa; non per questo però sono giustificato; colui che mi giudica è il Signore. Perciò non giudicate nulla prima del tempo, finché sia venuto il Signore, il quale metterà in luce quello che è nascosto nelle tenebre e manifesterà i pensieri dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio».

Sermone

La prima pagina del romanzo di Pirandello, “Uno, nessuno e centomila” comincia così:

«”Che fai?”, mia moglie mi domandò vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio. “Niente”, le risposi, “mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino”. Mia moglie sorrise e disse: “Credevo ti guardassi da che parte ti pende”. Mi voltai come un cane a cui hanno pestato la coda: “Mi pende? A me? Il naso?”. “Ma sì, caro, guardatelo bene: ti pende verso destra”. Avevo ventotto anni e sempre fin allora avevo ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno decente… Vide forse mia moglie più addentro di me?...

E che altro? Eh, altro, altro! Le mie sopracciglia parevano sugli occhi accenti circonflessi, le mie orecchie erano attaccate male… il mio dito mignolo… le gambe… non diedi alcuna importanza a quei lievi difetti, ma una grandissima e straordinaria al fatto che per tanti anni ero vissuto senza mai cambiar di naso, sempre quello, e con quelle sopracciglia, quelle orecchie, quelle mani, quelle gambe; e dovevo aspettare di prender moglie per aver conto che li avevo difettosi.

E non si sa, le mogli? Fatte apposta per scoprire i difetti del marito».

Pirandello, nel suo romanzo, cerca di riflettere sull’identità di ciascuno, come ognuno si vede e si giudica e come lo vedono e lo giudicano, invece, gli altri. Qual è la verità? Ma la domanda che emerge è: conosci te stesso? Chi sei veramente? Cosa credi di essere…. In fondo si tratta di un mistero da cui non ne verremo mai fuori se non avendo la forte coscienza che ogni giudizio, nostro e degli altri su noi stessi, è comunque e sempre un giudizio relativo.

Testo della predicazione: Marco 6,32-44

Partirono dunque con la barca per andare in un luogo solitario in disparte. Molti li videro partire e li riconobbero; e da tutte le città accorsero a piedi e giunsero là prima di loro. Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose.
Essendo già tardi, i discepoli gli si accostarono e gli dissero: «Questo luogo è deserto ed è già tardi; lasciali andare, affinché vadano per le campagne e per i villaggi dei dintorni e si comprino qualcosa da mangiare». Ma egli rispose: «Date loro voi da mangiare». Ed essi a lui: «Andremo noi a comprare del pane per duecento denari e daremo loro da mangiare?» Egli domandò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Essi si accertarono e risposero: «Cinque, e due pesci». Allora egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull’erba verde; e si sedettero per gruppi di cento e di cinquanta.
Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani, e li dava ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e furono sazi, e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane, ed anche i resti dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila persone.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’evangelista Marco ci racconta che dopo aver chiamato i suoi discepoli, Gesù opera miracoli: comincia a guarire, a insegnare e a predicare, le tre attività di Gesù: terapeutica, didascalica e kerigmatica. Prima della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù compie diversi miracoli in presenza dei suoi discepoli che, addirittura, avevano assistito alla risurrezione della figlia di Iairo, oltre a ciò avevano udito i suoi insegnamenti, la sua predicazione, eppure, qui nel nostro racconto, i discepoli sembrano increduli e incapaci di affrontare un pro­blema.

Qui la loro natura umana emerge in tutta la sua spontaneità, perciò quando Gesù dirà loro: “da­te loro voi da mangiare” essi rispondono che è una cosa impossibile, perché non hanno 200 denari per comperare cibo per tutti: 200 denari era la paga annua di un lavoratore! Ai discepoli non mancava la disponibilità, ma certamente mancavano i mezzi. Le loro forze, davanti al problema di sfamare tante gente, erano esigue, insignificanti.

I discepoli avevano, forse, ciò che era appena sufficiente per loro stessi, e per nulla abbondante. Ma da lì a poco assisteranno a qualcosa di grandioso che non è la moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci in sé, ma qualcosa che vi sta dietro, qualcosa che ha permesso che quel poco bastasse per tutti.

C’è chi in questo miracolo sottolinea lo sbalordimento dei disce­poli, o magari del Dio che sbalordisce e che si mostra onnipotente contro la piccolezza e l’insensatezza umane; altri sottolineano la capacità miracolistica di Gesù per conferirgli la giusta autorità e il giusto ruolo di Messia.

Testo della predicazione: Deuteronomio 28,1-8

«Se tu ubbidisci diligentemente alla voce del Signore tuo Dio, avendo cura di mettere in pratica tutti i suoi comandamenti che oggi ti do, il Signore, il tuo Dio, ti metterà al di sopra di tutte le nazioni della terra; e tutte queste benedizioni verranno su di te e si compiranno per te, se darai ascolto alla voce del Signore tuo Dio. Sarai benedetto nella città e sarai benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto della tua terra e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche e delle tue pecore. Benedetti saranno il tuo paniere e la tua madia. Sarai benedetto al tuo entrare e benedetto al tuo uscire. Il Signore farà sì che i tuoi nemici, quando si alzeranno contro di te, siano sconfitti davanti a te; usciranno contro di te per una via e per sette vie fuggiranno davanti a te. Il Signore ordinerà, e la benedizione verrà su di te, sui tuoi granai e su tutte le tue imprese; ti benedirà nel paese che il Signore, il tuo Dio, ti dà».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il testo biblico alla nostra attenzione, parla di benedizioni per coloro che si attengono alla Parola di Dio e non si allontanano da essa: «Se ubbidisci diligentemente alla voce del Signore… se gli darai ascolto» allora sarai benedetto: “Sarai benedetto in ogni luogo tu ti trovi, sarà benedetto il frutto del tuo seno, i tuoi animali, la tua terra, il tuo paniere pieno di frutta, la tua madia piena di pane, tutto in abbondanza”. Saranno benedette le tue scelte (il tuo entrare e il tuo uscire), non avrai più paura dei tuoi nemici perché quando si rivolteranno contro di te, fuggiranno poi lontano in tutte le direzioni; sarai perfino in testa a tutte le nazioni: anche se è vero che l’Italia lo è già in testa alle nazioni, ma per la corruzione, la mafia, il malgoverno, la mancanza di servizi, soprattutto quelli sanitari e quelli rivolti verso i più deboli.

Dunque, sarai benedetto/a se ubbidisci alla Parola del Signore. Per certi versi, sembra un ricatto, quello dovuto al fatto che la benedizione di Dio costi, che abbia un prezzo, il prezzo della ubbidienza. Perché? Lo vedremo in seguito.

Intanto bisogna dire che, nel nostro brano come, in genere, nella Bibbia, la promessa di benedizione ha a che fare con i beni materiali: la terra, la campagna, la città, i frutti, il bestiame, il pane, i nemici, ecc… Perché? È voluto da Dio il materialismo e alle ambizioni umane egoistiche di benessere e ricchezza economica?

Testo della predicazione: Matteo 15,21-28

Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio». Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele». Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!». Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».  Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, una donna pagana distoglie l'attenzione su Gesù, grida dietro al corteo che segue Gesù. È una donna non ebrea che si rivolge a Gesù, ad un maestro ebreo per rivolgergli la preghiera di guarire sua figlia affetta da una grave malattia, forse è epilettica o qualcosa legata a forme improvvise di crisi, è tormentata, dice il nostro testo, da un demone maligno.

Ma l'attenzione del brano biblico non si ferma su questo aspetto, ma sul rapporto che la donna vuole instaurare con Gesù. Perciò grida per farsi sentire da lui, non si può avvicinare troppo a Gesù perché è pagana e quindi potrebbe contaminare il maestro, come chi ha una malattia contagiosa, come la lebbra. Ma la donna non si arrende, non si perde d'animo, e grida per farsi sentire da Gesù.

Però «Gesù non le rivolge la parola» dice l’evangelista. Gesù è muto, e il suo silenzio è pesante, strano, urtante… proprio lui, che è il consolatore degli afflitti; lui, che ha rasserenato coloro che piangono, che ha soccorso i tormentati; lui, che ha guarito tante persone, alla donna non risponde nulla.

Gesù è indifferente, e quando i discepoli, seccati dalle urla della donna, chiedono a Gesù di fare qualcosa per mandarla via, allora Gesù le rivolge la parola come farebbe qualunque ebreo che odia i pagani; le si rivolge in modo ostile: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cani». I cani erano gli infedeli, coloro che non erano degni di Dio. Gesù sta dando del «cane» alla donna. Una risposta che la donna non avrebbe mai voluto ascoltare da un maestro pio e religioso.

Questa donna, senza nome, non si arrende e, al rifiuto di Gesù, risponde con grande fede. Non si era arresa davanti al silenzio di Gesù e, ora che Gesù le parla in modo da annullare il suo rapporto con lei, la donna gli risponde perfino con umorismo: «Dici bene, Signore; eppure anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

Testo della predicazione: Luca 17,11-19

Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea. Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, e alzarono la voce, dicendo: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!» Vedutili, egli disse loro: «Andate a mostrarvi ai sacerdoti». E, mentre andavano, furono purificati. Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo. Or questo era un Samaritano. Gesù, rispondendo, disse: «I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? Non si è trovato nessuno che sia tornato per dare gloria a Dio tranne questo straniero?» E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato».

Sermone

«Gesù, Maestro, abbi pietà di noi», i dieci lebbrosi pronunciano queste parole a voce alta, gridano, da lontano. Sono persone rispettose delle norme sociali, della legge di Dio contenuta in Levitico 13,45-46. Il lebbroso era un impuro, e l’impuro, secondo la legge doveva avvertire a gran voce chiunque gli si avvicinasse: «Impuro, impuro» gridava, perciò era costretto a vivere solo, lontano da tutti, alla larga per evitare di contagiare qualcuno.

Il lebbroso viveva già come un uomo morto, non poteva avere relazioni, legami con nessuno, era del tutto escluso dalla società umana. Era anche riconosciuto che qualcuno guarisse, e per la loro guarigione, erano i sacerdoti preposti a constatarla e a rilasciare il certificato di avvenuta guari­gione, e dopo i rituali sacrifici di purificazione, l’ex lebbroso era riammesso nella comunità e poteva tornare a casa da cui alcuni erano stati persino scacciati via perché i malati erano ritenuti colpevoli di gravi peccati che Dio puniva con la malattia.

I dieci lebbrosi, da lontano, gridano a Gesù di avere pietà. Hanno i vestiti stracciati quale segno di riconoscimento, hanno il capo scoperto ma il viso nascosto. Sono mescolati, galilei e samaritani, che normalmente sono divisi perché hanno una diversa interpretazione della Bibbia, perciò non si parlano, non si trattano: questo nella società civile, ma fuori da essa le barriere e le divisioni saltano, non hanno senso, una cosa li accomuna e li unisce: la sofferenza, il dolore, la malattia.